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Parmenide.

2 aprile 2013

Parmenide è raccolto e sdegnoso, un solitario, per quanto può esserlo un greco del suo tempo. Il mondo in cui egli vive è compiuto, ricco di esperienza controllata,  aristocratico, ma nessuna condizione fenomenica di equilibrio può bastargli. La sua insoddisfazione non riguarda una certa realtà storica, ma l’apparenza come tale. Senza drammaticità, scoprendo la propria natura in gioventù si distacca (ἀπ᾽ἀνθρωπων ἐxτὸν πάτου…, «al di fuori del sentiero degli uomini…», 1, 27), per vivere in una sfera inaccessibile. Con ciò ha inizio la grande filosofia, e qui forse si arresta quanto di oggettivo essa può dire. Parmenide è sereno, e la chiaroveggenza dello scopritore gli da un controllo di sé quale i filosofi posteriori più non avranno. Egli sa molte cose, ma non soffre della malattia di dire tutta le verità. L’incapacità di tenere per sé i tesori scoperti, l’ansia incontenibile di rivelarsi sono debolezza comuni ai non molti possessori della verità, persino all’ascetico Spinoza e all’innocente Böhme, che non sono mossi da desiderio di potenza. Parmenide considera il «dire» un uscire da sé stesso, che distingue il soggetto dall’oggetto (νοεῖν-εἶναι, «pensare-essere»), costringendo ad una realtà che si risolve in opposizioni ed in rapporti, cioè in apparenza. La natura puramente rappresentativa del mondo fenomenico è colta in pieno, senza che egli si soffermi molto sulla cosa.

… τῶ πάντ᾽ὂνομ(α) ἒσται,
ὂσσα βροτοὶ xατέϑεντο πεποιϑοτες εἲναι ἀληϑῆ
«… perciò saranno tutte soltanto nomi Le cose
che i mortali hanno stabilito, persuasi che fossero
vere» (8, 38-39)

(Giorgio Colli, La Natura ama nascondersi)