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I Dolioni (Argonautiche I 947-1032)

23 giugno 2013

Oineus

….. Invece sull’istmo
e nella pianura abitavano uomini, i Dolioni,
dei quali era re Cizico, l’eroe figlio di Eneo,
che fu partorito da Enete, figlia del divino Eusoro.
I figli della Terra, pur così terribili, non assalivano
i Dolioni, poiché questi erano forti dell’aiuto
di Posidone, il loro antichissimo progenitore.
Qui irruppe Argo, spinta dai venti Traci,
e negli approdi del Porto Bello pose fine alla sua corsa.
Per ordine di Tifi sganciarono la piccola pietra
dell’ancora e l’abbandonarono sotto una fonte,
la fonte Artacia. Poi ne scelsero un’altra pesante,
che ben s’adattava; e la prima, secondo i vaticini
del Lungisaettante, fu consacrata più tardi dagli Ioni
Neleidi, com’era giusto, nel tempio di Atena Giasonia.
Tutti insieme, da amici, i Dolioni e Cizico stesso
andarono incontro agli eroi, e li accolsero come ospiti
quando seppero del viaggio e della loro stirpe;
li invitarono ad avanzare ancora a forza di remi
e a gettare le gomene nel porto della città.
Allora innalzarono sulla spiaggia un altare ad Apollo
dio dello Sbarco, e si occuparono del sacrificio.
Il re stesso offrì il dolce vino di cui abbisognavano
e insieme le pecore, poiché un oracolo aveva prescritto
che, quando fosse giunta una divina schiera d’eroi,
venisse subito accolta senza guerra, in amicizia.
Anche a lui da poco la lanuggine cresceva sulle guance,
e ancora non gli era toccata la gioia dei figli:
nel palazzo era era ancora immune dalle doglie del parto
la sua sposa Clite dai bei capelli, figlia di Percosio
Merope, che egli aveva da poco condotto dal vicino
continente, togliendola al padre con doni preziosi.
Tuttavia lasciò il talamo e il letto della giovane sposa
e, bandito ogni timore, partecipò con loro al banchetto.
S’interrogavano a vicenda: Cizico chiedeva dello scopo
del viaggio e degli ordini di Pelia, mentre gli eroi
s’informavano sulle città dei popoli vicini, e su tutto
il golfo dell’ampia Propontide: ma sulle terre al di là
di questa il re non seppe dar risposta alle loro domande.
Perciò all’alba essi si avviarono verso la vetta
del grande Dindimo per scrutare coi loro occhi
le vie del mare -intanto alcuni spostavano la nave
dal primo ormeggio fino al Porto Chiuso-: si chiamava
Giasonia la strada che essi percorsero. All’improvvido
i Giganti, slanciatisi dall’altra parte del monte, ostruirono
con enormi macigni la bocca del Porto Chiuso, come
per catturare un mostro marino. Ma Eracle, ch’era lì
con gli eroi più giovani, subito tese il flessibile arco
e li abbatté uno dopo l’altro, sebbene alzassero
scabri pezzi di roccia e glieli scagliassero contro; certo
anche quei mostri orripilanti erano nutriti da Era,
consorte di Zeus, affinché fossero una fatica per Eracle!
Ben presto si unirono a lui anche gli altri valorosi
eroi, che erano tornati indietro in suo aiuto
prima di raggiungere la vetta, e fecero strage
dei Giganti affrontandoli a colpi d’arco e di lancia:
li uccisero tutti, malgrado i loro ripetuti assalti furiosi.
Come quando i tagliaboschi gettano in fila sulla spiaggia
i lunghi tronchi, da poco recisi dalle loro scuri,
affinché bagnati tengano ferme le possenti caviglie,
così i Giganti giacevano l’uno accanto all’altro all’ingresso
del porto bianco di schiuma, alcuni ammassati,
con testa e petto nell’acqua marina e le gambe distese
all’asciutto, altri invece col capo nella sabbia del lido
e i piedi immersi nell’acqua, destinati gli uni e gli altri
ad essere preda dei pesci e degli uccelli.
Quando fu compiuta l’impresa e venne meno
ogni timore, gli eroi sciolsero le gomene della nave:
col vento favorevole si spinsero in avanti sul mare.
La nave procedette rapida a vela per tutto il giorno,
ma sul far della notte il buon vento si tacque
e burrasche contrarie la spinsero indietro con forza,
di nuovo alla terra ospitale dei Dolioni: vi sbarcarono
nel cuore della notte, e ancor oggi il sasso a cui in fretta
legarono le cime porta il nome di Roccia Sacra.
Ma a nessuno passò per la mente che si trattasse
della medesima isola, né i Dolioni nel buio s’avvidero
che in realtà erano sbarcati gli eroi. Ritennero invece
che fosse giunta una schiera pelagica di guerrieri
macriei, e perciò, indossate le armi, li attaccarono.
Incrociarono le lance e gli scudi gli uni contro gli altri,
simili a un rabbioso uragano di fiamma che si leva
dai cespugli inariditi. Violento e terribile, l’impeto
del combattimento s’abbatté sulla schiera dei Dolioni,
e neppure il loro re poté sfuggire la suo destino
e tornare a casa dalla battaglie, al talamo e al letto
della sposa. …..