Archive for the ‘Filosofia’ Category

Cos’è la bioetica?

6 marzo 2016
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Nel laboratorio della Columbia University di New York. Stanley Kubrick, 1948.

Scrivendo e leggendo si schiariscono i concetti. Invoco le Muse affinché anche stavolta sia così.

È giunto il momento di affrontare un argomento difficile e faticoso ma ineludibile. Il ragionamento che svolgerò si sostanzia nella risposta alla domanda “Cos’è la bioetica?”
Il quadro è quello dato e già studiato per altri più allettanti motivi. L’evoluzione scientifica in generale, della ricerca genetica in particolare e la tecnologia che si è sviluppata a rimorchio d’esse ci consente ormai finalmente(?) di compiere, senza compromissione corporea, con la sola volontà l’atto di creazione, il gran balzo estremo: la replica in vitro di organismi viventi e, in particolare, degli esseri umani.
Tralascio quanto la fiction mondiale ha prodotto da tempo immemorabile in materia di creazione di organismi organici ed entro subito nello specifico. Tuttavia questa letteratura tornerà necessaria in particolari momenti della trattazione, ma limitandola all’indispensabile.
Nello specifico si tratta di discutere se l’umanità è in grado di fissare il punto estremo dell’asticella della “novazione”di massa di organismi viventi. Perché non si tratta più di discutere teoricamente sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale o della replica meccanica del corpo umano o di sue singole parti (materie sulle quali siamo ancora purtroppo molto indietro) bensì di decidere se sia eticamente accettabile e moralmente concesso stimolare quei processi naturali che stentiamo tanto a capire, ma che siamo ormai in grado di innescare allo stesso identico modo dei primati che usano protesi per raggiungere il cibo.
Risolta la questione preliminare sulla consistenza e sui termini generali del problema è necessario dire che questo ha una duplice natura, una filosofica e l’altra giuridica.
Per la parte giuridica si rimane storditi per il modo differente, nell’assenza di una normativa sovranazionale o almeno internazionale condivisa, col quale i singoli ordinamenti statuali rispondono o non rispondono affatto alla necessità di regolare la materia. L’uniformazione legislativa su questo punto è così distante che non si conclude nulla per questa via la cui ricerca rimane, comunque, aperta agli specialisti e dei cui sviluppi si rimane in attesa.
Filosoficamente la questione è più circoscrivibile, si stratta di indagare su come la logica risponde alla possibilità di accogliere il divino in sé stessi, potendoci di fatto sostituire nell’atto aurorale a chi è stato da sempre accettato come l’Artefice, il Creatore. Che sia esso un Dio, una molteplicità di dei o la Natura è ininfluente, trattandosi in ognuno di questi casi di una entità astratta, esterna, sovrannaturale, indipendente, increata e illimitata la cui volontà necessita dell’interpretazione di un aruspice.
La prima digressione letteraria ci conduce ad Ogigia. In quell’isola della fantasia omerica, Odisseo rinuncia alla sua divinizzazione con un argomento razionale, logico più che come converrebbe semplicisticamente interpretare, sentimentale. Non è l’imperiosa nostalgia del suo regno, di suo figlio, di sua moglie ciò che lo convince a rifiutare uno dei premi più ambiti nella Grecia arcaica. Non è il privilegio di divenire una costellazione o il toponimo d’un luogo sacro ciò che interessa il più umano tra gli achei. Ciò che non vuole assolutamente è divenire altro, cioè essere diverso da sé stesso perché, come sapevano bene gli antichi sapienti, ciò vuol dire essere nulla, cioè essere non essere. Sono passati millenni da quel racconto. Il figlio di Laerte è ancora l’archetipo dell’uomo moderno nel suo strato di umanità più profondo?
Ci troviamo improvvisamente nella stanza dei bottoni. Una, cento, mille, milioni di esistenze dipendono esclusivamente dalla nostra volontà. Dipendono dal semplice cenno affermativo oppure negativo rivolto ad un biologo in camice bianco e con la siringa pronta in mano.
Tra i diversi metodi, l’inseminazione omologa costituisce il primo gradino dell’escalation, quello più, tra virgolette, naturale. Sul piano morale offre il velo fornito dall’origine del materiale organico di base, che è quello della coppia, ma viola la norma naturale che vuole all’origine del concepimento “l’atto d’amore” o più prosaicamente la copula. Se accettato, cosa avviene al precetto della religione cattolica che subordina il soddisfacimento della bramosia sessuale al concepimento? Una lieve infrazione dicono in molti, tanto è ormai diffusa e accolta questa pratica. Il punto forte del ragionamento è che questo artificio consente di realizzare quello che in molti sistemi teologici, filosofici ed epistemologici è considerato il fine ultimo dell’uomo: la continuazione della specie e così il perpetuarsi del prezioso patrimonio genetico del quale i membri della coppia sono custodi.
Con l’inseminazione eterologa si compie un ulteriore e significativo strappo verso la profanazione definitiva e totale di ciò che è stato finora considerato un tabù tradizionale. Per questa tecnica possono darsi il caso della donazione del seme o dell’ovodonazione, ma per entrambe queste complicazioni si pongono gravi problemi. Ne estraggo tre: 1) visto che a fornire il materiale organico è solo uno dei due generi della specie, quale sarà il rapporto di parentela naturale, con tutti i vincoli morali presenti e futuri ad esso connessi, tra il nascituro e il padre o la madre giuridici? 2) Il rischio dell’eugenetica. Rivolgendosi all’esterno per la ricerca del materiale organico di base perché assicurarselo scegliendo a caso? Converrà alla coppia sceglierlo accuratamente rivolgendosi ai campioni riconosciuti della specie; 3) Il rischio del mercimonio. Questo problema si pone anche nel caso di una regolamentazione con, per esempio, l’obbligo di rivolgersi a istituzioni sanitarie pubbliche che forniranno l’ovulo o il seme senza badare alle richieste specifiche dei futuri genitori. Chi o cosa impedirà che nasca un fiorente mercato nero?
L’episodio biblico della sterilità di Sara ci fornisce un precedente di ciò che si avvia a diventare il rimedio più diffuso all’infertilità. Ma l’estensore biblico non disponeva di fiale e provette, così il rimedio per concedere una discendenza ad Abramo fu di aprirgli la tenda della povera Agar, la schiava egiziana, che fu uno dei primi uteri in affitto nella storia letteraria del mondo. Quella vicenda ebbe un pessimo esito per madre e figlio, e il coup de théâtre finale, con la gravidanza della novantenne moglie del patriarca, risolve il nostro problema alla radice con l’invito ad affidarsi alla volontà di Dio che, tant’è, l’uomo moderno non vuole più raccogliere.
Il racconto biblico ci conduce direttamente alla surrogazione di maternità che sta facendo tanto discutere. In particolare modo se a questa ricorrono le coppie omosessuali o singoli individui non legati con alcuno in rapporto di coppia. In questi casi, a tema c’è il diritto di questi soggetti “socialmente devianti” (sic) di avere una progenie coi propri cromosomi. La discussione è accesa e radicale intorno al concetto di “coppia naturale” col timore che l’accettazione di questa nuova frontiera rechi in sé un sovvertimento dell’ordine sociale mai sperimentato in precedenza e del quale si sconoscono gli esiti.
Già così il quadro è incredibilmente complesso, ma si complica in maniera inaudita se si giunge all’estremo confine: la generazione in vitro.
In questo stesso istante file di spietati aguzzini in uniforme delle SS prendono forma dietro ognuna di queste parole. Schiere di esseri androgini, biondi e con gli occhi azzurro ghiaccio si affacciano alla mente; scene di film e telefilm visti o appena scorsi si fanno presenti; Frankestein!!! Il Golem!!! Compare il terrore che scolora le espressioni. In chiave psicologica si potrebbero scrivere fiumi di parole per descrivere e analizzare questo psicodramma, ma non è ciò che qui ci interessa. Quel che importa sapere è qual é il punto logico della questione.
Aperta la strada con la fecondazione assistita, come nella storia del piccolo Hendrick il coraggioso, ciò che sembrava un innocuo forellino dal quale scaturiva un minuscolo rivolo di liquido si trasforma in una cascata tumultuosa.
Mi spiego meglio, se la causa ultima d’ogni scelta in materia di diritto naturale è la perpetuazione del patrimonio genetico dell’umanità, logicamente consegue la libertà assoluta, anche arbitraria, d’utilizzare qualsiasi metodo, anche il più pauroso o ripugnante, per garantirselo. Il sistema tradizionale dei tabù o dei veti religiosi è stato messo in discussione e vinto coll’Illuminismo e la caduta degli imperi centrali; ad essi si è sostituita la libera scienza (le analisi di ciò sono innumerevoli. Cito qui a supporto il solo ciclo sferologico di Peter Sloderdijk dove viene svolto un excursus storico esaustivo). Ponderosi trattati ci spiegano che il nostro è il tempo della tecnica che domina il nostro destino. Ogni intervento umano non potrà cambiarne la direzione perché siamo nella situazione in cui si trova una nave nella quale il governo del percorso è stato affidato a un pilota automatico che non si può più disattivare.
Per logica, dunque, la bioetica è solo un giocattolo; l’illusione con la quale ci balocchiamo d’essere ancora noi al timone del nostro destino. In quanto illusione non esiste. Nessun codice artificiale avviato risponderà a richiami etici o morali perché non li riconosce. La politica ci terrà distratti mentre accadrà ciò che deve accadere, cioè l’esecuzione del programma il cui codice i genetisti hanno imparato da poco a sillabare. Ai comandamenti della divinità antropomorfa, interpretati e quindi mutabili, si è sostituito il volere dispotico del Destino della tecnica, perentorio e immutabile: gli ordini si fanno rigidi e inviolabili. La strada è segnata?
Mi rimane da rispondere a tutto ciò con una speranza letteraria per la quale sono debitore alla filologia omerica. In una traduzione attestata dei primi versi del Poema, Odisseo è l’eroe multiforme (πολύτροπον) che tenne testa agli dei capricciosi del suo tempo a costo di mosse audaci e temerarie, io voglio identificarmi con lui.

P.S. Agrigento 6 marzo 2016

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Benedetto Croce (Anteprima)

23 febbraio 2016
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Benedetto Croce Pescasseroli 25 febbraio 1866 – Napoli 20 novembre 1952

Ciò che si riesce ad ignorare guardando le cose del mondo al microscopio o al cannocchiale è sorprendente. Dalla fine dell’anno scorso mi interesso intensamente di Benedetto Croce. Tutto è iniziato da un’intervista radiofonica al prof. Giuseppe Galasso che, parlando dell’Uomo Croce, raccontava dell’episodio della doppia recensione a distanza di breve tempo che il letterato già ottantenne fece del libro “Il Mondo Magico” di Ernesto De Martino. Cercavo da tempo un episodio storicamente documentabile che descrivesse di un certo modo di intendere la vita come dovere e che rappresentasse in modo simbolico l’epifania della cultura dell’Ottocento in quella del Novecento nella quale si scioglie e dissolve, perciò decisi che su quell’episodio potevo farci un racconto.
Da quel giorno ho raccolto parecchio materiale e studiato testi ed episodi, a cominciare dalla cronologia della sua vita. Grazie all’indicazione preziosa di Giancristiano Desiderio ho scoperto la reperibilità on-line dei suoi taccuini ed approfondito quello del 1948.
Mente benedetta che tutto vede e non vede nulla allo stesso momento! Quante volte ho letto e riletto che il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli, nella dimora Sipari, nasce Benedetto Croce? Perché non non collegavo ciò alla ricorrenza che cade quest’anno? Perché ho avuto bisogno di leggere l’annuncio di un convegno a Palazzo Filomarino per avere coscienza del 150° dalla nascita? È colpa dell’età, o bisogna chiedere al prof. Edoardo Boncinelli?
Comunque, raccontato ciò e detto che non ho ancora terminato la ricerca e il racconto, cosa mi lascia dentro quest’uomo tanto diverso da me?
Era destinato a diventare un giovane scapestrato della Napoli bene, salvo a ravvedersi nella consolidata scia paterna abruzzese in età più matura senza il disastro di Casamicciola?
Questo non lo sapremo mai.
Ci resta, invece e per certo, l’uomo di pensiero. Del politico preferisco non occuparmi perché, proprio quest’anno, temo che verrà inevitabilmente tirato per la giacchetta ed arruolato senza costrutto a questa o a quell’altra corrente liberal-socialista.
L’Esteta mi resta e, in questo, il suo maniacale attaccamento alle categorie tradizionali del pensiero senza le quali è impossibile l’esercizio della critica salvo a dire tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto. Il richiamo martellante ai canoni del bello, del buono, del vero e dell’utile mi restano confitti nell’animo più che leggendo Aristotele, Kant o Hegel perché ne fece esercizio costante e storicamente dimostrato nei suoi giornalieri appunti e taccuini, nei quaderni della critica, nei libri, nell’intensa attività editoriale ed ecdotica per Laterza.
D’altra parte penso che sbagliasse nel disprezzare la metafisica, rinunciando così di accogliere il pensiero del filosofo più importante dei suoi e nostri tempi. L’idea non originale della filosofia come cassetta degli attrezzi è suggestiva ma poco raffinata e lascia scoperta la ricerca della cosa in sé dalla quale non si può sfuggire per nessuna scorciatoia. Il filosofo dei distinti si avvicina troppo pericolosamente al filosofo della prassi e lo storicismo come scuola, in quanto scuola rischia di produrre danni al libero fluire del pensiero filosofico autentico.
Rimane in piedi il suo esempio di uomo d’idee duttile, perché nella sua vicenda per fortuna c’è stato in modo preminente l’Uomo, l’uomo che ci lascia stupefatti per il suo agire indipendente ma disciplinato, per il suo sapere erudito, per le amicizie sempre profonde che hanno prodotto preziosi epistolari. La vita intesa, senza leziosità sentimentale alcuna e nonostante tutto e tutti, come dovere di vivere e produrre per il bene comune, di “filosofare per brama di luce” senza che a ciò sia collegato un dovere stipendiato.

Sul suo conto l’aneddotica è sconfinata ma ritengo debba rimanere un’esclusività dei familiari, dei suoi discepoli e dei discepoli dei suoi discepoli, almeno spero sarà così. È fin troppo recente la gaffe dello svogliato autore di Gomorra con tutti gli incresciosi e stucchevoli strascichi mondani e persino giudiziari che ha prodotto. Perciò, come commiato, lascio il passo ai “Ricordi Familiari” (ed. Adelphi, 1979. pag. 146) di sua figlia Elena: “L’allergia di mio padre per la ‘grande illuminazione’ faceva del resto parte dell’aneddotica ufficiale, tanto più che quando era stato ministro della Pubblica Istruzione, una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata per gli appunti, ad utilizzare invece (secondo quella che era la sua propria abitudine) piccoli foglietti, ritagli e recuperi: il che gli era stato subito suggerito da un’occhiata tecnica ai cestini della carta straccia.”.
Di una cosa sono certo, infine, dopo averlo avvicinato più intimamente non sarò più intellettualmente lo stesso, in special modo nel giudizio estetico che suscita sempre di più un grande interesse in me.

P.S. Ag 25 febbraio 2016

I Dolioni (Argonautiche I 947-1032)

23 giugno 2013

Oineus

….. Invece sull’istmo
e nella pianura abitavano uomini, i Dolioni,
dei quali era re Cizico, l’eroe figlio di Eneo,
che fu partorito da Enete, figlia del divino Eusoro.
I figli della Terra, pur così terribili, non assalivano
i Dolioni, poiché questi erano forti dell’aiuto
di Posidone, il loro antichissimo progenitore.
Qui irruppe Argo, spinta dai venti Traci,
e negli approdi del Porto Bello pose fine alla sua corsa.
Per ordine di Tifi sganciarono la piccola pietra
dell’ancora e l’abbandonarono sotto una fonte,
la fonte Artacia. Poi ne scelsero un’altra pesante,
che ben s’adattava; e la prima, secondo i vaticini
del Lungisaettante, fu consacrata più tardi dagli Ioni
Neleidi, com’era giusto, nel tempio di Atena Giasonia.
Tutti insieme, da amici, i Dolioni e Cizico stesso
andarono incontro agli eroi, e li accolsero come ospiti
quando seppero del viaggio e della loro stirpe;
li invitarono ad avanzare ancora a forza di remi
e a gettare le gomene nel porto della città.
Allora innalzarono sulla spiaggia un altare ad Apollo
dio dello Sbarco, e si occuparono del sacrificio.
Il re stesso offrì il dolce vino di cui abbisognavano
e insieme le pecore, poiché un oracolo aveva prescritto
che, quando fosse giunta una divina schiera d’eroi,
venisse subito accolta senza guerra, in amicizia.
Anche a lui da poco la lanuggine cresceva sulle guance,
e ancora non gli era toccata la gioia dei figli:
nel palazzo era era ancora immune dalle doglie del parto
la sua sposa Clite dai bei capelli, figlia di Percosio
Merope, che egli aveva da poco condotto dal vicino
continente, togliendola al padre con doni preziosi.
Tuttavia lasciò il talamo e il letto della giovane sposa
e, bandito ogni timore, partecipò con loro al banchetto.
S’interrogavano a vicenda: Cizico chiedeva dello scopo
del viaggio e degli ordini di Pelia, mentre gli eroi
s’informavano sulle città dei popoli vicini, e su tutto
il golfo dell’ampia Propontide: ma sulle terre al di là
di questa il re non seppe dar risposta alle loro domande.
Perciò all’alba essi si avviarono verso la vetta
del grande Dindimo per scrutare coi loro occhi
le vie del mare -intanto alcuni spostavano la nave
dal primo ormeggio fino al Porto Chiuso-: si chiamava
Giasonia la strada che essi percorsero. All’improvvido
i Giganti, slanciatisi dall’altra parte del monte, ostruirono
con enormi macigni la bocca del Porto Chiuso, come
per catturare un mostro marino. Ma Eracle, ch’era lì
con gli eroi più giovani, subito tese il flessibile arco
e li abbatté uno dopo l’altro, sebbene alzassero
scabri pezzi di roccia e glieli scagliassero contro; certo
anche quei mostri orripilanti erano nutriti da Era,
consorte di Zeus, affinché fossero una fatica per Eracle!
Ben presto si unirono a lui anche gli altri valorosi
eroi, che erano tornati indietro in suo aiuto
prima di raggiungere la vetta, e fecero strage
dei Giganti affrontandoli a colpi d’arco e di lancia:
li uccisero tutti, malgrado i loro ripetuti assalti furiosi.
Come quando i tagliaboschi gettano in fila sulla spiaggia
i lunghi tronchi, da poco recisi dalle loro scuri,
affinché bagnati tengano ferme le possenti caviglie,
così i Giganti giacevano l’uno accanto all’altro all’ingresso
del porto bianco di schiuma, alcuni ammassati,
con testa e petto nell’acqua marina e le gambe distese
all’asciutto, altri invece col capo nella sabbia del lido
e i piedi immersi nell’acqua, destinati gli uni e gli altri
ad essere preda dei pesci e degli uccelli.
Quando fu compiuta l’impresa e venne meno
ogni timore, gli eroi sciolsero le gomene della nave:
col vento favorevole si spinsero in avanti sul mare.
La nave procedette rapida a vela per tutto il giorno,
ma sul far della notte il buon vento si tacque
e burrasche contrarie la spinsero indietro con forza,
di nuovo alla terra ospitale dei Dolioni: vi sbarcarono
nel cuore della notte, e ancor oggi il sasso a cui in fretta
legarono le cime porta il nome di Roccia Sacra.
Ma a nessuno passò per la mente che si trattasse
della medesima isola, né i Dolioni nel buio s’avvidero
che in realtà erano sbarcati gli eroi. Ritennero invece
che fosse giunta una schiera pelagica di guerrieri
macriei, e perciò, indossate le armi, li attaccarono.
Incrociarono le lance e gli scudi gli uni contro gli altri,
simili a un rabbioso uragano di fiamma che si leva
dai cespugli inariditi. Violento e terribile, l’impeto
del combattimento s’abbatté sulla schiera dei Dolioni,
e neppure il loro re poté sfuggire la suo destino
e tornare a casa dalla battaglie, al talamo e al letto
della sposa. …..

Περὶ φύσεως

7 aprile 2013

Per il poema di Parmenide, come altrove, Colli è un filologo appassionato ma iper-razionale; le sue scelte -molto pensate ed argomentate- sono radicali; come sempre, non ha paura di andare controcorrente.
Ecco la Sua versione del fatto scritto tramandatoci in frammenti sparsi da filosofi, scoliasti, critici, e commentatori nel corso dei secoli.

e le opinioni dei mortali in cui non esiste una versa persuasione (1,30)
Ma tuttavia anche questo imparerai come dell’apparenza (1,31)
si debba mettere alla prova l’essere, penetrando ogni cosa in ogni modo (1,32)
Guarda tuttavia come le cose tra loro distanti risultino vicine per l’opera dell’interiorità (4,1)
Infatti non scinderai (isolerai) l’essere dalla sua connessione (dall’essere contiguo, confinante) con l’essere (4,2)
Né disperdendolo in ogni sua parte secondo l’ordine del mondo (4,3)
Né concentrandolo in un solo oggetto (4,4)
Per me è continuo (5,1)
Da qualunque punto io cominci: perché là tornerò di nuovo. (5,2)

Parmenide.

2 aprile 2013

Parmenide è raccolto e sdegnoso, un solitario, per quanto può esserlo un greco del suo tempo. Il mondo in cui egli vive è compiuto, ricco di esperienza controllata,  aristocratico, ma nessuna condizione fenomenica di equilibrio può bastargli. La sua insoddisfazione non riguarda una certa realtà storica, ma l’apparenza come tale. Senza drammaticità, scoprendo la propria natura in gioventù si distacca (ἀπ᾽ἀνθρωπων ἐxτὸν πάτου…, «al di fuori del sentiero degli uomini…», 1, 27), per vivere in una sfera inaccessibile. Con ciò ha inizio la grande filosofia, e qui forse si arresta quanto di oggettivo essa può dire. Parmenide è sereno, e la chiaroveggenza dello scopritore gli da un controllo di sé quale i filosofi posteriori più non avranno. Egli sa molte cose, ma non soffre della malattia di dire tutta le verità. L’incapacità di tenere per sé i tesori scoperti, l’ansia incontenibile di rivelarsi sono debolezza comuni ai non molti possessori della verità, persino all’ascetico Spinoza e all’innocente Böhme, che non sono mossi da desiderio di potenza. Parmenide considera il «dire» un uscire da sé stesso, che distingue il soggetto dall’oggetto (νοεῖν-εἶναι, «pensare-essere»), costringendo ad una realtà che si risolve in opposizioni ed in rapporti, cioè in apparenza. La natura puramente rappresentativa del mondo fenomenico è colta in pieno, senza che egli si soffermi molto sulla cosa.

… τῶ πάντ᾽ὂνομ(α) ἒσται,
ὂσσα βροτοὶ xατέϑεντο πεποιϑοτες εἲναι ἀληϑῆ
«… perciò saranno tutte soltanto nomi Le cose
che i mortali hanno stabilito, persuasi che fossero
vere» (8, 38-39)

(Giorgio Colli, La Natura ama nascondersi)

Erich von Holst.

15 agosto 2012

Qualche interessante osservazione viene dagli studi di un acuto ricercatore, Erich von Holts e da una sua indagine, semplice, ma di grande portata per le scienze del comportamento (non solo animale).
Von Holts si interessò ai cabacelli, minuscoli pesci che si spostano in branco alla ricerca del cibo. Ogni tanto, uno di loro si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa. E non è detto che sia quella giusta: potrebbe non esserci cibo, di là, o persino nascondersi un predatore in agguato. Il cabacello indipendente si volta a guardare cosa fa il branco; soltanto se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero sufficiente, lui, confortato, prosegue. Altrimenti, rientra nel mucchio. È il modo d’agire tipico degli animali che vivono in branchi, in stormi.
Von Holts privò un esemplare della parte anteriore del cervello, quella che sovrintende alle attività di gruppo, alla vita sociale. Il pescetto continuò a comportarsi in tutto e per tutto come gli altri ma, quando si separava dal branco, non si girava più indietro per osservarne le reazioni. Lui tirava diritto, senza esitazioni.
E l’intero branco lo seguiva. L’unico pesce senza cervello era diventato il capo indiscusso. E proprio a causa del suo difetto.

Redivivo

12 maggio 2011

(Fonte: etimo.it)

Sorte.

15 marzo 2011

(fonte: Etimo.it)

Imperscrutabile

6 marzo 2011

Topici, I (A), 4, 101 b 29-36

20 ottobre 2010

La formulazione di una ricerca e la proposizione differiscono d’altronde soltanto per la forma in cui si presentano. Se infatti si dice come segue: «animale terrestre bipede è forse l’espressione definitoria dell’uomo?», ed anche «l’animale è forse il genere dell’uomo?», sorge una proposizione; se invece si dice: «animale terrestre bipede è l’espressione definitoria di uomo oppure no?», si ha la formulazione di una ricerca; così analogamente per gli altri casi. In questo modo le formulazioni di una ricerca e le proposizioni sono uguali di numero: da ogno proposizione infatti si potrà ottenere, mutando la forma, la formulazione di una ricerca.

Yogavasistharamayana

15 ottobre 2010

«Quando [la liberazione] è turbata e si disperde negli oggetti molteplici, si chiama mente; quando è persuasa di una sua intuizione, si chiama intelligenza; quando, stoltamente, si identifica con una persona, si chiama io; quando, invece d’indagare in maniera coerente, si frammenta in una miriade di pensieri vaganti, si chiama coscienza individuale; quando il movimento della coscienza, trascurando l’agente, si protende al frutto dell’azione, si chiama fatalità; quando si attiene all’idea “L’ho già visto prima” in rapporto a qualcosa di veduto o non veduto, si chiama memoria; quando gli affetti di cose godute in passato persistono nel campo della coscienza anche se non si scorgono, si chiama latenza incoscia; quando è consapevole che la molteplicità è illusoria, si chiama sapienza; quando, in direzione opposta, si oblia nella fantasie, si chiama mente impura; quando si trattiene nell’io con le sensazioni, si chima sensibilità; quando rimane non manifestata entro l’essere cosmico, si chiama natura; quando susciata confusioni tra realtà e apparenza, si chiama illusione; quando si discioglie nell’infinito, si chiama liberazione: pensa “sono legato” e c’è l’asservimento, pensa “sono libero” e c’è la libertà».

(da Elémire Zolla: Tre vie. Adelphi 2002 -la formattazione in corsivo è mia-)

Antonio Rosmini.

1 ottobre 2010

Antonio Rosmini (Breve schizzo dei sistemi di filosofia moderna e del proprio sistema):
Le cognizioni umane si dividono in due classi, che si chiamano cognizioni per intuizione e cognizione per affermazione. Le cognizioni per intuizione sono quelle che riguardano la natura delle cose in sé, le cose nella loro possibilità. Queste cose considerate in se stesse come possibili a sussistere sono appunto le idee.

Antonio Rosmini (Rovereto 1797 – Stresa 1855)

Le cognizioni per via di affermazione o di giudizio sono quelle che noi acquistiamo coll’affermare o giudicare che una cosa sussista o non sussista.
Da questa definizione sorgono due conseguenze:
a) Che non possiamo avere questa seconda specie di cognizioni senza che preceda la prima, …
b) Che gli oggetti appartengono solamente al primo genere di cognizioni, …

Vi hanno adunque due termini delle cognizioni, le idee e le persuasioni: coi primi conosciamo il mondo possibile, coi secondi conosciamo il mondo reale e sussistente. Quindi due categorie delle cose: le cose possibili e le cose sussistenti; in altre parole le idee e le cose

Epìtome

22 luglio 2010

 

 

Etimo.it

L’Infinito.

10 luglio 2010

Alef.

21 maggio 2010

Poiché i fondamenti di ciascuna lingua sono le lettere e le vocali, è anzitutto necessario spiegare che cosa sia una lettera, e che cosa sia una vocale presso gli Ebrei. La lettera è il segno del movimento della bocca compiuto in quel luogo, da cui comincia ad essere udito il suono emesso dalla bocca. Per esempio א significa che il principio del suono si sente nella gola, per la sua stessa apertura; ב invece significa che il principio del suono si sente tra le labbra, a causa della loro apertura; נ alla fine della lingua, del palato, e così via. La vocale è un segno che indica un suono sicuro e determinato. Da ciò si comprende che presso gli Ebrei le vocali non sono lettere, e perciò presso gli Ebrei le vocali sono chiamate anima delle lettere, e le lettere senza vocali corpi senz’anima. Invero, affinché la differenza tra lettere e vocali sia compresa più chiaramente, la si può spiegare più comodamente mediante l’esempio del flauto regolato dalle dita perché suoni. E infatti il suono del flauto sono le vocali di quella musica, i fori invece tappati dalle dita sono le sue lettere.

ΦΥΣΕΙΚΩΝ

23 ottobre 2009

5-8. e in mezzo porterò questo tema degli elementi non generati, il fuoco e l’acqua e la terra e l’immenso culmine dell’aria, che mai hanno inizio né hanno termine alcuno, e l’astio rovinoso, da parte, e la concordia conciliatrice.

46-49. Sappi che tutte le cose hanno pensiero e la propria intelligenza; e come è impossibile nascere da ciò che non esisiste affatto, così, questo che esiste, è inattuabile ed inaudito che si distrugga; quindi ogni volta si troveranno, dove ogni volta qualcuno le infigge.

 

 

Mnesifilo di Phrearrhioi.

18 settembre 2009

6. μαλλον ουν αν τις προσεχοι τοις  Μνησιφιλον τον Θεμιστoxλεα τον Φρεαρριον ζηλωτην (emulo, zelota, discepolo) γενεσθαι λεγουσιν, ουτε ρητορος ουτε τoων φυσιxων xληθετων φιλoσoφων, αλλα την τοτε xαλoυμενην σoφιαν (sapienza, metis), oυσαν δε δεινoτητα πoλιτιxην xαι δραστηριoν συνεσιν, επιτηδευμα πεπoιημενoν xαι διασωζoντoς ωσπερ αιρεσιν εx διαδoχης απo Σoλωνoς, ην oι μετα ταυτα διxανιxαις μειξαντες τεχναις xαι μεταγαγοντες απo των πρξεων την ασxησιν επι τoυς λoγoυς, σoφισται πρoσηγoρευθησαν.

demo di Phrearrhoi,

demo di Phrearrhoi,

6. Converrebbe piuttosto allinearsi con quanti danno Temistocle per seguace di Mnesefilo di Phrearrhoi, che non era un retore né uno dei filosofi che si dicono naturalisti, ma professava quella che allora si chiamava la sapienza ed era la destrezza in politica e l’intelligenza pratica. Mnesefilo la ricevette e la trasmise come una dottrina di Solone, mentre chi venne dopo di lui la mescolò con la tecnica forense e la trasferì dall’azione all’eloquenza, ricevendo il nome di sofista.
(Plutarco, Temistocle 24-33. Trad. di Carlo Carena.)

E ciò in quanto la metis -si sa- opera nel dominio del mutevole e dell’imprevisto per meglio capovolgere situazioni e gerarchie già costituite, ricorrendo ad armi particolari, come reti, nasse, esche, lacci, trappole, trabocchetti, insomma a tutto ciò che è intessuto, ordito, macchinato. Temistocle presenta appunto una mente equivoca, tortuosa e complicata come i labirinti; è dotato d’intelligenza pratica; possiede la saggezza (sophia), cioè l’abilità politica (deinotes politike), e l’intelligenza che presiede all’azione (drasterios synesis).
Secondo la tradizione, egli aveva appreso tali qualità da Mnesifilo (una specie di «doppio» dell’intelligenza temistoclea), che gli suggerì un piano estremamente astuto, a cui Temistocle dovrà la sua fama: la trappola di Salamina, grazie alla quale i Greci riusciranno a mutare a proprio vantaggio una situazione di netta inferiorità. Lo stratagemma seguito o ideato da Temistocle, pare ispirarsi a un procedimento in uso presso i pescatori, vale a dire all’accerchiamento con cui essi catturano alcuni pesci. A Salamina, il greco Temistocle manovrò come alla pesca del tonno: attirata con l’inganno (stratagemma di Sicinno) la flotta nemica, chiuse la rete e i Persiani si trovarono intrappolati come tonni.
(Dall’introduzione di Luigi Piccirilli a “Le vite di Temistocle e Camillo” di Plutarco).

Generi.

22 agosto 2009

I linguisti hanno formulato la teoria che la storia degli uomini è nella storia delle parole che hanno usato, o inventato. Vieppiù, nel corso della mia personale riflessione, mi convinco che questa ipotesi è fondata perché non v’è civiltà senza linguaggio, e senza le civiltà la storia dell’umanità è ben poco interessante.

balena

Diversamente che in italiano, in tedesco la parola Sonne che designa il Sole è di genere femminile, mentre la parola Mond che designa la Luna è di genere maschile.
I nostri familiari maschile/femminile non sono del resto gli unici generi possibili, anche se sono forse i più frequenti. Le idee che le lingue possono trasformare in generi grammaticali sono veramente insospettabili. In tagalog (Filippine) ci sono due generi: uno per i nomi propri e un altro per i nomi comuni. In dyribal (Australia) ci sono maschile, femminile, commestibili diversi dalla carne e neutro. In navaho ci sono tredici generi: oggetti rotondi, esseri vivi, oggetti raggruppati in un insieme, contenitori rigidi con contenuto, oggetti compatti, massa, oggetti che assomigliano al fango, ecc., ma nessuno di essi distingue maschile/femminile.
[Il corsivo è tratto da: Francisco Villar, “Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Il Mulino, Le vie della civiltà, 2004, pag. 282.]

Stare.

14 agosto 2009

STARE è una parola autentica, primigenia: cioè che non è stata costruita su una quache altra parola antica in quanto è la diretta traslitterazione della radice indoeuropea STHA che indica appunto lo STARE, la STABILITA’ DELLO STARE.
Tale eredità è rintracciabile in quasi tutte le lingue derivate dall’indoeuropeo. Così, per esempio abbiamo in greco: ισταμαι, ιστημι; in latino: stare; in inglese: stay, stand; in francese: rester.
E’ impropobilile, seppur lo stare sia in greco anche ἔχω, oppure εἰμὶ, azzardare un’identità con l’Essere del quale lo STARE è appunto una specificazione episodica.
La forza inaudita -autentica, primigenia- di questa parola è dimostrata dall’impossibilità che si ha di eprimerla con maggiore potenza; contrariamente, è possibile reiterarla (re-stare) oppure evocarla pur facendola rimanere inanimata sullo sfondo come sostanza (de-stare).

Oedipus_at_Colonus

La facoltà di STARE, nel senso che si è detto, si acquisisce esclusivamente attraverso la violenza od il buon diritto: nel Padre Nostro cattolico Dio non risiede -neppure aleggia, o sorveglia, o transita- bensì STHA nei cieli.

Hypokeimenon

2 agosto 2009

Nel mondo delle idee e nella moderna civiltà delle leggi, le sostanze necessitano di una rappresentazione in essi accoglibile.
Ancor più per tutte le costruzioni umane che sulla rappresentazione di una di tali sostanze -la casistica è infinita- necessariamente si fondano: nacque così la burocrazia (γραμματευς, υπογραμματευς  cfr. link a fianco).

Giardino_della_Kolymbetra_Ipogei

Eppure, già Platone aveva dovuto costatare che al Λογος non è applicabile la dottrina delle idee (Platone, “Parmenide” 130e-132b).