Cos’è la bioetica?

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Nel laboratorio della Columbia University di New York. Stanley Kubrick, 1948.

Scrivendo e leggendo si schiariscono i concetti. Invoco le Muse affinché anche stavolta sia così.

È giunto il momento di affrontare un argomento difficile e faticoso ma ineludibile. Il ragionamento che svolgerò si sostanzia nella risposta alla domanda “Cos’è la bioetica?”
Il quadro è quello dato e già studiato per altri più allettanti motivi. L’evoluzione scientifica in generale, della ricerca genetica in particolare e la tecnologia che si è sviluppata a rimorchio d’esse ci consente ormai finalmente(?) di compiere, senza compromissione corporea, con la sola volontà l’atto di creazione, il gran balzo estremo: la replica in vitro di organismi viventi e, in particolare, degli esseri umani.
Tralascio quanto la fiction mondiale ha prodotto da tempo immemorabile in materia di creazione di organismi organici ed entro subito nello specifico. Tuttavia questa letteratura tornerà necessaria in particolari momenti della trattazione, ma limitandola all’indispensabile.
Nello specifico si tratta di discutere se l’umanità è in grado di fissare il punto estremo dell’asticella della “novazione”di massa di organismi viventi. Perché non si tratta più di discutere teoricamente sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale o della replica meccanica del corpo umano o di sue singole parti (materie sulle quali siamo ancora purtroppo molto indietro) bensì di decidere se sia eticamente accettabile e moralmente concesso stimolare quei processi naturali che stentiamo tanto a capire, ma che siamo ormai in grado di innescare allo stesso identico modo dei primati che usano protesi per raggiungere il cibo.
Risolta la questione preliminare sulla consistenza e sui termini generali del problema è necessario dire che questo ha una duplice natura, una filosofica e l’altra giuridica.
Per la parte giuridica si rimane storditi per il modo differente, nell’assenza di una normativa sovranazionale o almeno internazionale condivisa, col quale i singoli ordinamenti statuali rispondono o non rispondono affatto alla necessità di regolare la materia. L’uniformazione legislativa su questo punto è così distante che non si conclude nulla per questa via la cui ricerca rimane, comunque, aperta agli specialisti e dei cui sviluppi si rimane in attesa.
Filosoficamente la questione è più circoscrivibile, si stratta di indagare su come la logica risponde alla possibilità di accogliere il divino in sé stessi, potendoci di fatto sostituire nell’atto aurorale a chi è stato da sempre accettato come l’Artefice, il Creatore. Che sia esso un Dio, una molteplicità di dei o la Natura è ininfluente, trattandosi in ognuno di questi casi di una entità astratta, esterna, sovrannaturale, indipendente, increata e illimitata la cui volontà necessita dell’interpretazione di un aruspice.
La prima digressione letteraria ci conduce ad Ogigia. In quell’isola della fantasia omerica, Odisseo rinuncia alla sua divinizzazione con un argomento razionale, logico più che come converrebbe semplicisticamente interpretare, sentimentale. Non è l’imperiosa nostalgia del suo regno, di suo figlio, di sua moglie ciò che lo convince a rifiutare uno dei premi più ambiti nella Grecia arcaica. Non è il privilegio di divenire una costellazione o il toponimo d’un luogo sacro ciò che interessa il più umano tra gli achei. Ciò che non vuole assolutamente è divenire altro, cioè essere diverso da sé stesso perché, come sapevano bene gli antichi sapienti, ciò vuol dire essere nulla, cioè essere non essere. Sono passati millenni da quel racconto. Il figlio di Laerte è ancora l’archetipo dell’uomo moderno nel suo strato di umanità più profondo?
Ci troviamo improvvisamente nella stanza dei bottoni. Una, cento, mille, milioni di esistenze dipendono esclusivamente dalla nostra volontà. Dipendono dal semplice cenno affermativo oppure negativo rivolto ad un biologo in camice bianco e con la siringa pronta in mano.
Tra i diversi metodi, l’inseminazione omologa costituisce il primo gradino dell’escalation, quello più, tra virgolette, naturale. Sul piano morale offre il velo fornito dall’origine del materiale organico di base, che è quello della coppia, ma viola la norma naturale che vuole all’origine del concepimento “l’atto d’amore” o più prosaicamente la copula. Se accettato, cosa avviene al precetto della religione cattolica che subordina il soddisfacimento della bramosia sessuale al concepimento? Una lieve infrazione dicono in molti, tanto è ormai diffusa e accolta questa pratica. Il punto forte del ragionamento è che questo artificio consente di realizzare quello che in molti sistemi teologici, filosofici ed epistemologici è considerato il fine ultimo dell’uomo: la continuazione della specie e così il perpetuarsi del prezioso patrimonio genetico del quale i membri della coppia sono custodi.
Con l’inseminazione eterologa si compie un ulteriore e significativo strappo verso la profanazione definitiva e totale di ciò che è stato finora considerato un tabù tradizionale. Per questa tecnica possono darsi il caso della donazione del seme o dell’ovodonazione, ma per entrambe queste complicazioni si pongono gravi problemi. Ne estraggo tre: 1) visto che a fornire il materiale organico è solo uno dei due generi della specie, quale sarà il rapporto di parentela naturale, con tutti i vincoli morali presenti e futuri ad esso connessi, tra il nascituro e il padre o la madre giuridici? 2) Il rischio dell’eugenetica. Rivolgendosi all’esterno per la ricerca del materiale organico di base perché assicurarselo scegliendo a caso? Converrà alla coppia sceglierlo accuratamente rivolgendosi ai campioni riconosciuti della specie; 3) Il rischio del mercimonio. Questo problema si pone anche nel caso di una regolamentazione con, per esempio, l’obbligo di rivolgersi a istituzioni sanitarie pubbliche che forniranno l’ovulo o il seme senza badare alle richieste specifiche dei futuri genitori. Chi o cosa impedirà che nasca un fiorente mercato nero?
L’episodio biblico della sterilità di Sara ci fornisce un precedente di ciò che si avvia a diventare il rimedio più diffuso all’infertilità. Ma l’estensore biblico non disponeva di fiale e provette, così il rimedio per concedere una discendenza ad Abramo fu di aprirgli la tenda della povera Agar, la schiava egiziana, che fu uno dei primi uteri in affitto nella storia letteraria del mondo. Quella vicenda ebbe un pessimo esito per madre e figlio, e il coup de théâtre finale, con la gravidanza della novantenne moglie del patriarca, risolve il nostro problema alla radice con l’invito ad affidarsi alla volontà di Dio che, tant’è, l’uomo moderno non vuole più raccogliere.
Il racconto biblico ci conduce direttamente alla surrogazione di maternità che sta facendo tanto discutere. In particolare modo se a questa ricorrono le coppie omosessuali o singoli individui non legati con alcuno in rapporto di coppia. In questi casi, a tema c’è il diritto di questi soggetti “socialmente devianti” (sic) di avere una progenie coi propri cromosomi. La discussione è accesa e radicale intorno al concetto di “coppia naturale” col timore che l’accettazione di questa nuova frontiera rechi in sé un sovvertimento dell’ordine sociale mai sperimentato in precedenza e del quale si sconoscono gli esiti.
Già così il quadro è incredibilmente complesso, ma si complica in maniera inaudita se si giunge all’estremo confine: la generazione in vitro.
In questo stesso istante file di spietati aguzzini in uniforme delle SS prendono forma dietro ognuna di queste parole. Schiere di esseri androgini, biondi e con gli occhi azzurro ghiaccio si affacciano alla mente; scene di film e telefilm visti o appena scorsi si fanno presenti; Frankestein!!! Il Golem!!! Compare il terrore che scolora le espressioni. In chiave psicologica si potrebbero scrivere fiumi di parole per descrivere e analizzare questo psicodramma, ma non è ciò che qui ci interessa. Quel che importa sapere è qual é il punto logico della questione.
Aperta la strada con la fecondazione assistita, come nella storia del piccolo Hendrick il coraggioso, ciò che sembrava un innocuo forellino dal quale scaturiva un minuscolo rivolo di liquido si trasforma in una cascata tumultuosa.
Mi spiego meglio, se la causa ultima d’ogni scelta in materia di diritto naturale è la perpetuazione del patrimonio genetico dell’umanità, logicamente consegue la libertà assoluta, anche arbitraria, d’utilizzare qualsiasi metodo, anche il più pauroso o ripugnante, per garantirselo. Il sistema tradizionale dei tabù o dei veti religiosi è stato messo in discussione e vinto coll’Illuminismo e la caduta degli imperi centrali; ad essi si è sostituita la libera scienza (le analisi di ciò sono innumerevoli. Cito qui a supporto il solo ciclo sferologico di Peter Sloderdijk dove viene svolto un excursus storico esaustivo). Ponderosi trattati ci spiegano che il nostro è il tempo della tecnica che domina il nostro destino. Ogni intervento umano non potrà cambiarne la direzione perché siamo nella situazione in cui si trova una nave nella quale il governo del percorso è stato affidato a un pilota automatico che non si può più disattivare.
Per logica, dunque, la bioetica è solo un giocattolo; l’illusione con la quale ci balocchiamo d’essere ancora noi al timone del nostro destino. In quanto illusione non esiste. Nessun codice artificiale avviato risponderà a richiami etici o morali perché non li riconosce. La politica ci terrà distratti mentre accadrà ciò che deve accadere, cioè l’esecuzione del programma il cui codice i genetisti hanno imparato da poco a sillabare. Ai comandamenti della divinità antropomorfa, interpretati e quindi mutabili, si è sostituito il volere dispotico del Destino della tecnica, perentorio e immutabile: gli ordini si fanno rigidi e inviolabili. La strada è segnata?
Mi rimane da rispondere a tutto ciò con una speranza letteraria per la quale sono debitore alla filologia omerica. In una traduzione attestata dei primi versi del Poema, Odisseo è l’eroe multiforme (πολύτροπον) che tenne testa agli dei capricciosi del suo tempo a costo di mosse audaci e temerarie, io voglio identificarmi con lui.

P.S. Agrigento 6 marzo 2016

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