Benedetto Croce (Anteprima)

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Benedetto Croce Pescasseroli 25 febbraio 1866 – Napoli 20 novembre 1952

Ciò che si riesce ad ignorare guardando le cose del mondo al microscopio o al cannocchiale è sorprendente. Dalla fine dell’anno scorso mi interesso intensamente di Benedetto Croce. Tutto è iniziato da un’intervista radiofonica al prof. Giuseppe Galasso che, parlando dell’Uomo Croce, raccontava dell’episodio della doppia recensione a distanza di breve tempo che il letterato già ottantenne fece del libro “Il Mondo Magico” di Ernesto De Martino. Cercavo da tempo un episodio storicamente documentabile che descrivesse di un certo modo di intendere la vita come dovere e che rappresentasse in modo simbolico l’epifania della cultura dell’Ottocento in quella del Novecento nella quale si scioglie e dissolve, perciò decisi che su quell’episodio potevo farci un racconto.
Da quel giorno ho raccolto parecchio materiale e studiato testi ed episodi, a cominciare dalla cronologia della sua vita. Grazie all’indicazione preziosa di Giancristiano Desiderio ho scoperto la reperibilità on-line dei suoi taccuini ed approfondito quello del 1948.
Mente benedetta che tutto vede e non vede nulla allo stesso momento! Quante volte ho letto e riletto che il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli, nella dimora Sipari, nasce Benedetto Croce? Perché non non collegavo ciò alla ricorrenza che cade quest’anno? Perché ho avuto bisogno di leggere l’annuncio di un convegno a Palazzo Filomarino per avere coscienza del 150° dalla nascita? È colpa dell’età, o bisogna chiedere al prof. Edoardo Boncinelli?
Comunque, raccontato ciò e detto che non ho ancora terminato la ricerca e il racconto, cosa mi lascia dentro quest’uomo tanto diverso da me?
Era destinato a diventare un giovane scapestrato della Napoli bene, salvo a ravvedersi nella consolidata scia paterna abruzzese in età più matura senza il disastro di Casamicciola?
Questo non lo sapremo mai.
Ci resta, invece e per certo, l’uomo di pensiero. Del politico preferisco non occuparmi perché, proprio quest’anno, temo che verrà inevitabilmente tirato per la giacchetta ed arruolato senza costrutto a questa o a quell’altra corrente liberal-socialista.
L’Esteta mi resta e, in questo, il suo maniacale attaccamento alle categorie tradizionali del pensiero senza le quali è impossibile l’esercizio della critica salvo a dire tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto. Il richiamo martellante ai canoni del bello, del buono, del vero e dell’utile mi restano confitti nell’animo più che leggendo Aristotele, Kant o Hegel perché ne fece esercizio costante e storicamente dimostrato nei suoi giornalieri appunti e taccuini, nei quaderni della critica, nei libri, nell’intensa attività editoriale ed ecdotica per Laterza.
D’altra parte penso che sbagliasse nel disprezzare la metafisica, rinunciando così di accogliere il pensiero del filosofo più importante dei suoi e nostri tempi. L’idea non originale della filosofia come cassetta degli attrezzi è suggestiva ma poco raffinata e lascia scoperta la ricerca della cosa in sé dalla quale non si può sfuggire per nessuna scorciatoia. Il filosofo dei distinti si avvicina troppo pericolosamente al filosofo della prassi e lo storicismo come scuola, in quanto scuola rischia di produrre danni al libero fluire del pensiero filosofico autentico.
Rimane in piedi il suo esempio di uomo d’idee duttile, perché nella sua vicenda per fortuna c’è stato in modo preminente l’Uomo, l’uomo che ci lascia stupefatti per il suo agire indipendente ma disciplinato, per il suo sapere erudito, per le amicizie sempre profonde che hanno prodotto preziosi epistolari. La vita intesa, senza leziosità sentimentale alcuna e nonostante tutto e tutti, come dovere di vivere e produrre per il bene comune, di “filosofare per brama di luce” senza che a ciò sia collegato un dovere stipendiato.

Sul suo conto l’aneddotica è sconfinata ma ritengo debba rimanere un’esclusività dei familiari, dei suoi discepoli e dei discepoli dei suoi discepoli, almeno spero sarà così. È fin troppo recente la gaffe dello svogliato autore di Gomorra con tutti gli incresciosi e stucchevoli strascichi mondani e persino giudiziari che ha prodotto. Perciò, come commiato, lascio il passo ai “Ricordi Familiari” (ed. Adelphi, 1979. pag. 146) di sua figlia Elena: “L’allergia di mio padre per la ‘grande illuminazione’ faceva del resto parte dell’aneddotica ufficiale, tanto più che quando era stato ministro della Pubblica Istruzione, una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata per gli appunti, ad utilizzare invece (secondo quella che era la sua propria abitudine) piccoli foglietti, ritagli e recuperi: il che gli era stato subito suggerito da un’occhiata tecnica ai cestini della carta straccia.”.
Di una cosa sono certo, infine, dopo averlo avvicinato più intimamente non sarò più intellettualmente lo stesso, in special modo nel giudizio estetico che suscita sempre di più un grande interesse in me.

P.S. Ag 25 febbraio 2016

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