E’ ancora possibile la poesia. Lettura di Eugenio Montale al premio Nobel.

2 agosto 2016

È ancora possibile la poesia.
Eugenio Montale Stoccolma 12 dicembre 1975.

II premio Nobel è giunto al suo settantacinquesimo turno, se non sono male informato. E se molti sono gli scienziati e gli scrittori che hanno meritato questo prestigioso riconoscimento, assai minore è il numero dei superstiti che vivono e lavorano ancora. Alcuni di essi, forse, sono presenti qui e ad essi va il mio saluto e il mio augurio. Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita. Intendo riferirmi alla vita dell’uomo e non alla apparizione degli aminoacidi che risale a qualche miliardo d’anni, sostanze che hanno reso possibile l’apparizione dell’uomo e forse già ne contenevano il progetto. E in questo caso come è lungo il passo del deus absconditus! Ma non intendo divagare e mi chiedo se è giustificata la convinzione che lo statuto del premio Nobel sottende; e cioè che le scienze, non tutte sullo stesso piano, e le opere letterarie abbiano contribuito a diffondere o a difendere nuovi valori in senso ampio « umanistici ». La risposta è certamente positiva. Sarebbe lungo l’elenco dei nomi di coloro che avendo dato qualcosa all’umanità hanno ottenuto l’ambito riconoscimento del premio Nobel. Ma infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad un possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di « far gemere i torchi  » come dice un diffuso luogo comune. Esiste certamente un esercito di anime pure, immacolate, e questo è l’ostacolo (certo insuffiente) al diffondersi di quello spirito utilitario che in varie gamme si spinge fino alla corruzione, al delitto e ad ogni forma di violenza e di intolleranza. Gli accademici di Stoccolma hanno detto più volte no all’intolleranza, al fanatismo crudele, e a quello spirito persecutorio che anima spesso i forti contro i deboli, gli oppressori contro gli oppressi. Ciò riguarda particolarmente la scelta delle opere letterarie, opere che talvolta possono essere micidiali, ma non mai come quella bomba atomica che è il frutto più maturo dell’eterno albero del male.
Non insisto su questo tasto perché non sono né filosofo, né sociologo, né moralista.
Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico di teatro, critico letterario e musicale e persine disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non potevo amare. Pochi giorni fa è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto: come ha distribuito tante attività così diverse? Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all’attività impiegatizia e tante alla vita? Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c’è un largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovannissimi.
In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.
Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi tanto diversi come Croce storicista idealista e Gilson cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia. Per mio conto, se considero la poesia come un oggetto ritengo ch’essa sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale (parola) ali martellamento delle prime musiche tribali. Solo molto più tardi parola e musica poterono scriversi in qualche modo e differenziarsi. Appare la poesia scritta, ma la comune parentela con la musica si fa sentire. La poesia tende a schiudersi in forme architettoniche sorgono i metri, le strofe, le così dette forme chiuse. Ancora nelle prime saghe nibelungiche e poi in quelle romanze, la vera materia della poesia è il suono. Ma non tarderà a sorgere con i poeti provenzali una poesia che si rivolge anche all’occhio. Lentamente la poesia si fa visiva perché dipinge immagini, ma è anche musicale: riunisce due arti in una. Naturalmente gli schemi formali erano larga parte della visibilità poetica. Dopo l’invenzione della stampa la poesia si fa verticale, non riempie del tutto lo spazio bianco, è ricca di «a capo» e di riprese. Anche certi vuoti hanno un valore. Ben diversa è la prosa che occupa tutto lo spazio e non da indicazioni sulla sua pronunziabilità. È a questo punto gli schemi metrici possono essere strumento ideale per l’arte del narrare, cioè per il romanzo. E’ il caso di quello strumento narrativo che è l’ottava, forma che è già un fossile nel primo Ottocento malgrado la riuscita del Don Giovanni di Byron (poema rimasto interrotto a mezza strada). Ma verso la fine dell’Ottocento le forme chiuse della poesia non soddisfano più né l’occhio né l’orecchio. Analoga osservazione può farsi per il Blank verse inglese e per l’endecasillabo sciolto italiano. E nel frattempo fa grandi passi la disgregazione del naturalismo ed è immediato il contraccolpo nell’arte pittorica. Così con un lungo processo, che sarebbe troppo lungo descrivere, si giunge alla conclusione che non si può riprodurre il vero, gli oggetti reali, creando così inutili dopponioni; ma si espongono in vitro, o anche al naturale, gli oggetti o le figure di cui Caravaggio o Rembrandt avrebbero presentato un facsimile, un capolavoro. Alla grande mostra di Venezia anni fa era esposto il ritratto di un mongoloide: era un argomento très dègoûtant, ma perché no? L’arte può giustificare tutto. Sennonché avvicinandosi ci si accorgeva che non di un ritratto si trattava, ma dell’infelice in carne ed ossa. L’esperimento fu poi interrotto manu militari, ma in sede strettamente teorica era pienamente giustificato. Già da anni critici che occupano cattedre universitarie predicavano la necessità assoluta della morte dell’arte, in attesa non si sa di quale palingenesi o resurrezione di cui non s’intravvedono i segni.
Quali conclusioni possono trarsi da fatti simili? Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. L’esempio che ho portato potrebbe estendersi alla musica esclusivamente rumoristica e indifferenziata che si ascolta nei luoghi dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l’orrore della loro solitudine. Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso?
Ovviamente prevedo le obiezioni. Non bisogna confondere le malattie sociali, che forse sono sempre esistite ma erano poco note perché gli antichi mezzi di communicazione non permettevano di conoscere e diagnosticare la malattia. Ma fa impressione il fatto che una sorta di generale millenarismo si accompagni a un sempre più diffuso comfort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della terra) abbia i lividi connotati della disperazione. Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano «datate» e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell’attuale, dell’immediato. Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia. Il deus ex machina di questo nuovo coacervo è il regista. Il suo scopo non è solo quello di coordinare gli allestimenti scenici, ma di fornire intenzioni a opere che non ne hanno o ne hanno avute altre. C’è una grande sterilità in tutto questo, un’immensa sfiducia nella vita. In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l’aiuto dello psicanalista. Prevalendo l’aspetto visivo la poesia è anche traducibile e questo è un fatto nuovo nella storia dell’estetica. Ciò non vuoi dire che i nuovi poeti siano schizoidi. Alcuni possono scrivere prose classicamente tradizionali e pseudo versi privi di ogni senso. C’è anche una poesia scritta per essere urlata in una piazza davanti a una folla entusiasta. Ciò avviene soprattutto nei paesi dove vigono regimi autoritari. E simili atleti del vocalismo poetico non sempre sono sprovveduti di talento. Citerò un caso e mi scuso se è anche un caso che mi riguarda personalmente. Ma il fatto, se è vero, dimostra che ormai esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo.
La vera poesia è simile a certi quadri di cui si ignora il proprietario e che solo qualche iniziato conosce. Comunque la poesia non vive solo nei libri o nelle antologie scolastiche. Il poeta ignora e spesso ignorerà sempre il suo vero destinatario. Faccio un piccolo esempio personale. Negli archivi dei giornali italiani si trovano necrologi di uomini tuttora viventi e operanti. Si chiamano coccodrilli. Pochi anni fa al Corriere della Sera io scopersi il mio coccodrillo firmato da Taulero Zulberti, critico, traduttore e poliglotta. Egli affermava che il grande poeta Majakovskij avendo letto una o più mie poesie tradotte in lingua russa avrebbe detto: «Ecco un poeta che mi piace. Vorrei poterlo leggere in italiano». L’episodio non è inverosimile. I miei primi versi cominciarono a circolare nel 1925 e Majakovskij (che viaggiò anche in America e altrove) morì suicida nel 1930.
Majakovskij era un poeta al pantografo, al megafono. Se ha pronunziate tali parole posso dire che quelle mie poesie avevano trovato, per vie distorte e imprevedibili, il loro destinatario.
Non si creda però che io abbia un’idea solipsistica della poesia. L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtà l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. Si può incorniciare ed esporre un piao di pantafole (io stesso ho visto così ridotte le mie), ma non si può esporre sotto vetro un paesaggio, un lago o qualsiasi grande spettacolo naturale.
La poesia lirica ha certamente rotto le sue barriere. C’è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica: esistono poeti che scrivono in prosa o almeno in più o meno apparente prosa; milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla. Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credible che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro. Ma la vita dell’uomo è breve e la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga.
Avevo pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle communicazioni di massa? E’ ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s’intende per la così detta belletristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia.
E’ stato osservato più volte che il contraccolpo del linguaggio poetico su quello prosastico può essere considerato un colpo di sferza decisivo. Stranamente la Commedia di Dante non ha prodotto una prosa di quell’altezza creativa o lo ha fatto dopo secoli. Ma se studiate la prosa francese prima e dopo la scuola di Ronsard, la Pléiade, vi accorgerete che la prosa francese ha perduto quella mollezza per la quale era giudicata tanto inferiore alle lingue classiche ed ha compiuto un vero salto di maturità. L’effetto è stato curioso. La Pléiade non produce raccolte di poesie omogenee come quelle del Dolce stil novo italiano (che è certo una delle sue fonti), ma ci da di tanto in tanto veri «pezzi di antiquariato» che andranno a far parte di un possibile museo immaginario della poesia. Si tratta di un gusto che si direbbe neogreco e che secoli dopo il Parnasse tenterà invano di eguagliare. Ciò prova che la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana. Vogliamo rileggere insieme un canto di Joachim Du Bellay. Questo poeta, nato nel 1522 e morto a soli trentacinque anni, era nipote di un cardinale presso il quale visse a Roma qualche anno riportando profondo disgusto per la corruzione della corte pontificia. Du Bellay ha scritto molto, imitando più o meno felicemente i poeti della tradizione petrarchista. Ma la poesia (forse scritta a Roma), ispirata da versi latini del Navagero, che raccomanda la sua fama, è frutto di una dolorosa nostalgia per le campagne della dolce Loira da lui abbandonate. Da Sainte-Beuve fino a Walter Pater, che dedicò a Joachim un profilo memorabile, la breve Odelette des vanneurs de blé è entrata nel repertorio della poesia mondiale. Proviamo a rileggerla se questo è possibile, perché si tratta di una poesia in cui l’occhio ha la sua parte.

A vous troppe legere,
qui d’aele passagere
par le monde volez,
et d’un sifflant murmure l’ombrageuse verdure doulcement esbranlez,

j’offre ces violettes,
ces lis et ces fleurettes,
et ces roses icy,
ces vermeillettes roses,
tout freschement écloses,
et ces oeilletz aussi.

De vostre doulce halaine
eventez ceste plaine,
eventez ce sejour,
ce pendant que j’ahanne
a mon blé, que je vanne
a la chaleur du jour.

Non so se questa Odelette sia stata scritta a Roma come intermezzo nel disbrigo di noiose pratiche d’ufficio. Essa deve a Pater la sua attuale sopravvivenza. A distanza di secoli una poesia può trovare il suo interprete.
Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda che ha dato un titolo a questo breve discorso. Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L’incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda. Che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo.
Diversa è la questione se ci si riferisce alla reviviscenza spirituale di un vecchio testo poetico, il suo rifarsi attuale, il suo dischiudersi a nuove interpretazioni. E infine resta sempre dubbioso in quali limiti e confini ci si muove parlando di poesia. Molta poesia d’oggi si esprime in prosa. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva prosa. L’arte narrativa, il romanzo, da Murasaki a Proust ha prodotto grandi opere di poesia. E il teatro? Molte storie letterarie non se ne occupano nemmeno, sia pure estrapolando alcuni geni che formano un capitolo a parte. Inoltre: come si spiega il fatto che l’antica poesia cinese resiste a tutte le traduzioni mentre la poesia europea è incatenata al suo linguaggio originale? Forse il fenomeno si spiega col fatto che noi crediamo di leggere Po Chü-i e leggiamo invece il meraviglioso contraffattore Arthur Waley? Si potrebbero moltiplicare le domande con l’unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun’altra creatura vivente può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. E’ come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un’epoca sterminata, possa ancora parlarsi).

28 aprile 2016

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12 aprile 2016

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Cos’è la bioetica?

6 marzo 2016
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Nel laboratorio della Columbia University di New York. Stanley Kubrick, 1948.

Scrivendo e leggendo si schiariscono i concetti. Invoco le Muse affinché anche stavolta sia così.

È giunto il momento di affrontare un argomento difficile e faticoso ma ineludibile. Il ragionamento che svolgerò si sostanzia nella risposta alla domanda “Cos’è la bioetica?”
Il quadro è quello dato e già studiato per altri più allettanti motivi. L’evoluzione scientifica in generale, della ricerca genetica in particolare e la tecnologia che si è sviluppata a rimorchio d’esse ci consente ormai finalmente(?) di compiere, senza compromissione corporea, con la sola volontà l’atto di creazione, il gran balzo estremo: la replica in vitro di organismi viventi e, in particolare, degli esseri umani.
Tralascio quanto la fiction mondiale ha prodotto da tempo immemorabile in materia di creazione di organismi organici ed entro subito nello specifico. Tuttavia questa letteratura tornerà necessaria in particolari momenti della trattazione, ma limitandola all’indispensabile.
Nello specifico si tratta di discutere se l’umanità è in grado di fissare il punto estremo dell’asticella della “novazione”di massa di organismi viventi. Perché non si tratta più di discutere teoricamente sulle conseguenze dell’intelligenza artificiale o della replica meccanica del corpo umano o di sue singole parti (materie sulle quali siamo ancora purtroppo molto indietro) bensì di decidere se sia eticamente accettabile e moralmente concesso stimolare quei processi naturali che stentiamo tanto a capire, ma che siamo ormai in grado di innescare allo stesso identico modo dei primati che usano protesi per raggiungere il cibo.
Risolta la questione preliminare sulla consistenza e sui termini generali del problema è necessario dire che questo ha una duplice natura, una filosofica e l’altra giuridica.
Per la parte giuridica si rimane storditi per il modo differente, nell’assenza di una normativa sovranazionale o almeno internazionale condivisa, col quale i singoli ordinamenti statuali rispondono o non rispondono affatto alla necessità di regolare la materia. L’uniformazione legislativa su questo punto è così distante che non si conclude nulla per questa via la cui ricerca rimane, comunque, aperta agli specialisti e dei cui sviluppi si rimane in attesa.
Filosoficamente la questione è più circoscrivibile, si stratta di indagare su come la logica risponde alla possibilità di accogliere il divino in sé stessi, potendoci di fatto sostituire nell’atto aurorale a chi è stato da sempre accettato come l’Artefice, il Creatore. Che sia esso un Dio, una molteplicità di dei o la Natura è ininfluente, trattandosi in ognuno di questi casi di una entità astratta, esterna, sovrannaturale, indipendente, increata e illimitata la cui volontà necessita dell’interpretazione di un aruspice.
La prima digressione letteraria ci conduce ad Ogigia. In quell’isola della fantasia omerica, Odisseo rinuncia alla sua divinizzazione con un argomento razionale, logico più che come converrebbe semplicisticamente interpretare, sentimentale. Non è l’imperiosa nostalgia del suo regno, di suo figlio, di sua moglie ciò che lo convince a rifiutare uno dei premi più ambiti nella Grecia arcaica. Non è il privilegio di divenire una costellazione o il toponimo d’un luogo sacro ciò che interessa il più umano tra gli achei. Ciò che non vuole assolutamente è divenire altro, cioè essere diverso da sé stesso perché, come sapevano bene gli antichi sapienti, ciò vuol dire essere nulla, cioè essere non essere. Sono passati millenni da quel racconto. Il figlio di Laerte è ancora l’archetipo dell’uomo moderno nel suo strato di umanità più profondo?
Ci troviamo improvvisamente nella stanza dei bottoni. Una, cento, mille, milioni di esistenze dipendono esclusivamente dalla nostra volontà. Dipendono dal semplice cenno affermativo oppure negativo rivolto ad un biologo in camice bianco e con la siringa pronta in mano.
Tra i diversi metodi, l’inseminazione omologa costituisce il primo gradino dell’escalation, quello più, tra virgolette, naturale. Sul piano morale offre il velo fornito dall’origine del materiale organico di base, che è quello della coppia, ma viola la norma naturale che vuole all’origine del concepimento “l’atto d’amore” o più prosaicamente la copula. Se accettato, cosa avviene al precetto della religione cattolica che subordina il soddisfacimento della bramosia sessuale al concepimento? Una lieve infrazione dicono in molti, tanto è ormai diffusa e accolta questa pratica. Il punto forte del ragionamento è che questo artificio consente di realizzare quello che in molti sistemi teologici, filosofici ed epistemologici è considerato il fine ultimo dell’uomo: la continuazione della specie e così il perpetuarsi del prezioso patrimonio genetico del quale i membri della coppia sono custodi.
Con l’inseminazione eterologa si compie un ulteriore e significativo strappo verso la profanazione definitiva e totale di ciò che è stato finora considerato un tabù tradizionale. Per questa tecnica possono darsi il caso della donazione del seme o dell’ovodonazione, ma per entrambe queste complicazioni si pongono gravi problemi. Ne estraggo tre: 1) visto che a fornire il materiale organico è solo uno dei due generi della specie, quale sarà il rapporto di parentela naturale, con tutti i vincoli morali presenti e futuri ad esso connessi, tra il nascituro e il padre o la madre giuridici? 2) Il rischio dell’eugenetica. Rivolgendosi all’esterno per la ricerca del materiale organico di base perché assicurarselo scegliendo a caso? Converrà alla coppia sceglierlo accuratamente rivolgendosi ai campioni riconosciuti della specie; 3) Il rischio del mercimonio. Questo problema si pone anche nel caso di una regolamentazione con, per esempio, l’obbligo di rivolgersi a istituzioni sanitarie pubbliche che forniranno l’ovulo o il seme senza badare alle richieste specifiche dei futuri genitori. Chi o cosa impedirà che nasca un fiorente mercato nero?
L’episodio biblico della sterilità di Sara ci fornisce un precedente di ciò che si avvia a diventare il rimedio più diffuso all’infertilità. Ma l’estensore biblico non disponeva di fiale e provette, così il rimedio per concedere una discendenza ad Abramo fu di aprirgli la tenda della povera Agar, la schiava egiziana, che fu uno dei primi uteri in affitto nella storia letteraria del mondo. Quella vicenda ebbe un pessimo esito per madre e figlio, e il coup de théâtre finale, con la gravidanza della novantenne moglie del patriarca, risolve il nostro problema alla radice con l’invito ad affidarsi alla volontà di Dio che, tant’è, l’uomo moderno non vuole più raccogliere.
Il racconto biblico ci conduce direttamente alla surrogazione di maternità che sta facendo tanto discutere. In particolare modo se a questa ricorrono le coppie omosessuali o singoli individui non legati con alcuno in rapporto di coppia. In questi casi, a tema c’è il diritto di questi soggetti “socialmente devianti” (sic) di avere una progenie coi propri cromosomi. La discussione è accesa e radicale intorno al concetto di “coppia naturale” col timore che l’accettazione di questa nuova frontiera rechi in sé un sovvertimento dell’ordine sociale mai sperimentato in precedenza e del quale si sconoscono gli esiti.
Già così il quadro è incredibilmente complesso, ma si complica in maniera inaudita se si giunge all’estremo confine: la generazione in vitro.
In questo stesso istante file di spietati aguzzini in uniforme delle SS prendono forma dietro ognuna di queste parole. Schiere di esseri androgini, biondi e con gli occhi azzurro ghiaccio si affacciano alla mente; scene di film e telefilm visti o appena scorsi si fanno presenti; Frankestein!!! Il Golem!!! Compare il terrore che scolora le espressioni. In chiave psicologica si potrebbero scrivere fiumi di parole per descrivere e analizzare questo psicodramma, ma non è ciò che qui ci interessa. Quel che importa sapere è qual é il punto logico della questione.
Aperta la strada con la fecondazione assistita, come nella storia del piccolo Hendrick il coraggioso, ciò che sembrava un innocuo forellino dal quale scaturiva un minuscolo rivolo di liquido si trasforma in una cascata tumultuosa.
Mi spiego meglio, se la causa ultima d’ogni scelta in materia di diritto naturale è la perpetuazione del patrimonio genetico dell’umanità, logicamente consegue la libertà assoluta, anche arbitraria, d’utilizzare qualsiasi metodo, anche il più pauroso o ripugnante, per garantirselo. Il sistema tradizionale dei tabù o dei veti religiosi è stato messo in discussione e vinto coll’Illuminismo e la caduta degli imperi centrali; ad essi si è sostituita la libera scienza (le analisi di ciò sono innumerevoli. Cito qui a supporto il solo ciclo sferologico di Peter Sloderdijk dove viene svolto un excursus storico esaustivo). Ponderosi trattati ci spiegano che il nostro è il tempo della tecnica che domina il nostro destino. Ogni intervento umano non potrà cambiarne la direzione perché siamo nella situazione in cui si trova una nave nella quale il governo del percorso è stato affidato a un pilota automatico che non si può più disattivare.
Per logica, dunque, la bioetica è solo un giocattolo; l’illusione con la quale ci balocchiamo d’essere ancora noi al timone del nostro destino. In quanto illusione non esiste. Nessun codice artificiale avviato risponderà a richiami etici o morali perché non li riconosce. La politica ci terrà distratti mentre accadrà ciò che deve accadere, cioè l’esecuzione del programma il cui codice i genetisti hanno imparato da poco a sillabare. Ai comandamenti della divinità antropomorfa, interpretati e quindi mutabili, si è sostituito il volere dispotico del Destino della tecnica, perentorio e immutabile: gli ordini si fanno rigidi e inviolabili. La strada è segnata?
Mi rimane da rispondere a tutto ciò con una speranza letteraria per la quale sono debitore alla filologia omerica. In una traduzione attestata dei primi versi del Poema, Odisseo è l’eroe multiforme (πολύτροπον) che tenne testa agli dei capricciosi del suo tempo a costo di mosse audaci e temerarie, io voglio identificarmi con lui.

P.S. Agrigento 6 marzo 2016

Benedetto Croce (Anteprima)

23 febbraio 2016
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Benedetto Croce Pescasseroli 25 febbraio 1866 – Napoli 20 novembre 1952

Ciò che si riesce ad ignorare guardando le cose del mondo al microscopio o al cannocchiale è sorprendente. Dalla fine dell’anno scorso mi interesso intensamente di Benedetto Croce. Tutto è iniziato da un’intervista radiofonica al prof. Giuseppe Galasso che, parlando dell’Uomo Croce, raccontava dell’episodio della doppia recensione a distanza di breve tempo che il letterato già ottantenne fece del libro “Il Mondo Magico” di Ernesto De Martino. Cercavo da tempo un episodio storicamente documentabile che descrivesse di un certo modo di intendere la vita come dovere e che rappresentasse in modo simbolico l’epifania della cultura dell’Ottocento in quella del Novecento nella quale si scioglie e dissolve, perciò decisi che su quell’episodio potevo farci un racconto.
Da quel giorno ho raccolto parecchio materiale e studiato testi ed episodi, a cominciare dalla cronologia della sua vita. Grazie all’indicazione preziosa di Giancristiano Desiderio ho scoperto la reperibilità on-line dei suoi taccuini ed approfondito quello del 1948.
Mente benedetta che tutto vede e non vede nulla allo stesso momento! Quante volte ho letto e riletto che il 25 febbraio del 1866 a Pescasseroli, nella dimora Sipari, nasce Benedetto Croce? Perché non non collegavo ciò alla ricorrenza che cade quest’anno? Perché ho avuto bisogno di leggere l’annuncio di un convegno a Palazzo Filomarino per avere coscienza del 150° dalla nascita? È colpa dell’età, o bisogna chiedere al prof. Edoardo Boncinelli?
Comunque, raccontato ciò e detto che non ho ancora terminato la ricerca e il racconto, cosa mi lascia dentro quest’uomo tanto diverso da me?
Era destinato a diventare un giovane scapestrato della Napoli bene, salvo a ravvedersi nella consolidata scia paterna abruzzese in età più matura senza il disastro di Casamicciola?
Questo non lo sapremo mai.
Ci resta, invece e per certo, l’uomo di pensiero. Del politico preferisco non occuparmi perché, proprio quest’anno, temo che verrà inevitabilmente tirato per la giacchetta ed arruolato senza costrutto a questa o a quell’altra corrente liberal-socialista.
L’Esteta mi resta e, in questo, il suo maniacale attaccamento alle categorie tradizionali del pensiero senza le quali è impossibile l’esercizio della critica salvo a dire tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto. Il richiamo martellante ai canoni del bello, del buono, del vero e dell’utile mi restano confitti nell’animo più che leggendo Aristotele, Kant o Hegel perché ne fece esercizio costante e storicamente dimostrato nei suoi giornalieri appunti e taccuini, nei quaderni della critica, nei libri, nell’intensa attività editoriale ed ecdotica per Laterza.
D’altra parte penso che sbagliasse nel disprezzare la metafisica, rinunciando così di accogliere il pensiero del filosofo più importante dei suoi e nostri tempi. L’idea non originale della filosofia come cassetta degli attrezzi è suggestiva ma poco raffinata e lascia scoperta la ricerca della cosa in sé dalla quale non si può sfuggire per nessuna scorciatoia. Il filosofo dei distinti si avvicina troppo pericolosamente al filosofo della prassi e lo storicismo come scuola, in quanto scuola rischia di produrre danni al libero fluire del pensiero filosofico autentico.
Rimane in piedi il suo esempio di uomo d’idee duttile, perché nella sua vicenda per fortuna c’è stato in modo preminente l’Uomo, l’uomo che ci lascia stupefatti per il suo agire indipendente ma disciplinato, per il suo sapere erudito, per le amicizie sempre profonde che hanno prodotto preziosi epistolari. La vita intesa, senza leziosità sentimentale alcuna e nonostante tutto e tutti, come dovere di vivere e produrre per il bene comune, di “filosofare per brama di luce” senza che a ciò sia collegato un dovere stipendiato.

Sul suo conto l’aneddotica è sconfinata ma ritengo debba rimanere un’esclusività dei familiari, dei suoi discepoli e dei discepoli dei suoi discepoli, almeno spero sarà così. È fin troppo recente la gaffe dello svogliato autore di Gomorra con tutti gli incresciosi e stucchevoli strascichi mondani e persino giudiziari che ha prodotto. Perciò, come commiato, lascio il passo ai “Ricordi Familiari” (ed. Adelphi, 1979. pag. 146) di sua figlia Elena: “L’allergia di mio padre per la ‘grande illuminazione’ faceva del resto parte dell’aneddotica ufficiale, tanto più che quando era stato ministro della Pubblica Istruzione, una delle prime abitudini da lui adottate era stata quella di far spegnere i lampadari centrali tutte le volte che attraversava gli uffici. E anche di costringere i funzionari, abituati ad usare enormi risme di carta immacolata per gli appunti, ad utilizzare invece (secondo quella che era la sua propria abitudine) piccoli foglietti, ritagli e recuperi: il che gli era stato subito suggerito da un’occhiata tecnica ai cestini della carta straccia.”.
Di una cosa sono certo, infine, dopo averlo avvicinato più intimamente non sarò più intellettualmente lo stesso, in special modo nel giudizio estetico che suscita sempre di più un grande interesse in me.

P.S. Ag 25 febbraio 2016

Requiem. 3.

14 luglio 2013

3.
No, non sono io, è qualcun altro che soffre.
Io non potrei esser così, ma quel che è successo
Neri drappi lo ricoprano,
E portino via le lanterne …

(Anna Achmatova. Trad. C.Riccio)

I Dolioni (Argonautiche I 947-1032)

23 giugno 2013

Oineus

….. Invece sull’istmo
e nella pianura abitavano uomini, i Dolioni,
dei quali era re Cizico, l’eroe figlio di Eneo,
che fu partorito da Enete, figlia del divino Eusoro.
I figli della Terra, pur così terribili, non assalivano
i Dolioni, poiché questi erano forti dell’aiuto
di Posidone, il loro antichissimo progenitore.
Qui irruppe Argo, spinta dai venti Traci,
e negli approdi del Porto Bello pose fine alla sua corsa.
Per ordine di Tifi sganciarono la piccola pietra
dell’ancora e l’abbandonarono sotto una fonte,
la fonte Artacia. Poi ne scelsero un’altra pesante,
che ben s’adattava; e la prima, secondo i vaticini
del Lungisaettante, fu consacrata più tardi dagli Ioni
Neleidi, com’era giusto, nel tempio di Atena Giasonia.
Tutti insieme, da amici, i Dolioni e Cizico stesso
andarono incontro agli eroi, e li accolsero come ospiti
quando seppero del viaggio e della loro stirpe;
li invitarono ad avanzare ancora a forza di remi
e a gettare le gomene nel porto della città.
Allora innalzarono sulla spiaggia un altare ad Apollo
dio dello Sbarco, e si occuparono del sacrificio.
Il re stesso offrì il dolce vino di cui abbisognavano
e insieme le pecore, poiché un oracolo aveva prescritto
che, quando fosse giunta una divina schiera d’eroi,
venisse subito accolta senza guerra, in amicizia.
Anche a lui da poco la lanuggine cresceva sulle guance,
e ancora non gli era toccata la gioia dei figli:
nel palazzo era era ancora immune dalle doglie del parto
la sua sposa Clite dai bei capelli, figlia di Percosio
Merope, che egli aveva da poco condotto dal vicino
continente, togliendola al padre con doni preziosi.
Tuttavia lasciò il talamo e il letto della giovane sposa
e, bandito ogni timore, partecipò con loro al banchetto.
S’interrogavano a vicenda: Cizico chiedeva dello scopo
del viaggio e degli ordini di Pelia, mentre gli eroi
s’informavano sulle città dei popoli vicini, e su tutto
il golfo dell’ampia Propontide: ma sulle terre al di là
di questa il re non seppe dar risposta alle loro domande.
Perciò all’alba essi si avviarono verso la vetta
del grande Dindimo per scrutare coi loro occhi
le vie del mare -intanto alcuni spostavano la nave
dal primo ormeggio fino al Porto Chiuso-: si chiamava
Giasonia la strada che essi percorsero. All’improvvido
i Giganti, slanciatisi dall’altra parte del monte, ostruirono
con enormi macigni la bocca del Porto Chiuso, come
per catturare un mostro marino. Ma Eracle, ch’era lì
con gli eroi più giovani, subito tese il flessibile arco
e li abbatté uno dopo l’altro, sebbene alzassero
scabri pezzi di roccia e glieli scagliassero contro; certo
anche quei mostri orripilanti erano nutriti da Era,
consorte di Zeus, affinché fossero una fatica per Eracle!
Ben presto si unirono a lui anche gli altri valorosi
eroi, che erano tornati indietro in suo aiuto
prima di raggiungere la vetta, e fecero strage
dei Giganti affrontandoli a colpi d’arco e di lancia:
li uccisero tutti, malgrado i loro ripetuti assalti furiosi.
Come quando i tagliaboschi gettano in fila sulla spiaggia
i lunghi tronchi, da poco recisi dalle loro scuri,
affinché bagnati tengano ferme le possenti caviglie,
così i Giganti giacevano l’uno accanto all’altro all’ingresso
del porto bianco di schiuma, alcuni ammassati,
con testa e petto nell’acqua marina e le gambe distese
all’asciutto, altri invece col capo nella sabbia del lido
e i piedi immersi nell’acqua, destinati gli uni e gli altri
ad essere preda dei pesci e degli uccelli.
Quando fu compiuta l’impresa e venne meno
ogni timore, gli eroi sciolsero le gomene della nave:
col vento favorevole si spinsero in avanti sul mare.
La nave procedette rapida a vela per tutto il giorno,
ma sul far della notte il buon vento si tacque
e burrasche contrarie la spinsero indietro con forza,
di nuovo alla terra ospitale dei Dolioni: vi sbarcarono
nel cuore della notte, e ancor oggi il sasso a cui in fretta
legarono le cime porta il nome di Roccia Sacra.
Ma a nessuno passò per la mente che si trattasse
della medesima isola, né i Dolioni nel buio s’avvidero
che in realtà erano sbarcati gli eroi. Ritennero invece
che fosse giunta una schiera pelagica di guerrieri
macriei, e perciò, indossate le armi, li attaccarono.
Incrociarono le lance e gli scudi gli uni contro gli altri,
simili a un rabbioso uragano di fiamma che si leva
dai cespugli inariditi. Violento e terribile, l’impeto
del combattimento s’abbatté sulla schiera dei Dolioni,
e neppure il loro re poté sfuggire la suo destino
e tornare a casa dalla battaglie, al talamo e al letto
della sposa. …..

Περὶ φύσεως

7 aprile 2013

Per il poema di Parmenide, come altrove, Colli è un filologo appassionato ma iper-razionale; le sue scelte -molto pensate ed argomentate- sono radicali; come sempre, non ha paura di andare controcorrente.
Ecco la Sua versione del fatto scritto tramandatoci in frammenti sparsi da filosofi, scoliasti, critici, e commentatori nel corso dei secoli.

e le opinioni dei mortali in cui non esiste una versa persuasione (1,30)
Ma tuttavia anche questo imparerai come dell’apparenza (1,31)
si debba mettere alla prova l’essere, penetrando ogni cosa in ogni modo (1,32)
Guarda tuttavia come le cose tra loro distanti risultino vicine per l’opera dell’interiorità (4,1)
Infatti non scinderai (isolerai) l’essere dalla sua connessione (dall’essere contiguo, confinante) con l’essere (4,2)
Né disperdendolo in ogni sua parte secondo l’ordine del mondo (4,3)
Né concentrandolo in un solo oggetto (4,4)
Per me è continuo (5,1)
Da qualunque punto io cominci: perché là tornerò di nuovo. (5,2)

Parmenide.

2 aprile 2013

Parmenide è raccolto e sdegnoso, un solitario, per quanto può esserlo un greco del suo tempo. Il mondo in cui egli vive è compiuto, ricco di esperienza controllata,  aristocratico, ma nessuna condizione fenomenica di equilibrio può bastargli. La sua insoddisfazione non riguarda una certa realtà storica, ma l’apparenza come tale. Senza drammaticità, scoprendo la propria natura in gioventù si distacca (ἀπ᾽ἀνθρωπων ἐxτὸν πάτου…, «al di fuori del sentiero degli uomini…», 1, 27), per vivere in una sfera inaccessibile. Con ciò ha inizio la grande filosofia, e qui forse si arresta quanto di oggettivo essa può dire. Parmenide è sereno, e la chiaroveggenza dello scopritore gli da un controllo di sé quale i filosofi posteriori più non avranno. Egli sa molte cose, ma non soffre della malattia di dire tutta le verità. L’incapacità di tenere per sé i tesori scoperti, l’ansia incontenibile di rivelarsi sono debolezza comuni ai non molti possessori della verità, persino all’ascetico Spinoza e all’innocente Böhme, che non sono mossi da desiderio di potenza. Parmenide considera il «dire» un uscire da sé stesso, che distingue il soggetto dall’oggetto (νοεῖν-εἶναι, «pensare-essere»), costringendo ad una realtà che si risolve in opposizioni ed in rapporti, cioè in apparenza. La natura puramente rappresentativa del mondo fenomenico è colta in pieno, senza che egli si soffermi molto sulla cosa.

… τῶ πάντ᾽ὂνομ(α) ἒσται,
ὂσσα βροτοὶ xατέϑεντο πεποιϑοτες εἲναι ἀληϑῆ
«… perciò saranno tutte soltanto nomi Le cose
che i mortali hanno stabilito, persuasi che fossero
vere» (8, 38-39)

(Giorgio Colli, La Natura ama nascondersi)

EMMENIDI

23 marzo 2013

EMMENIDI
Enciclopedia Italiana (1932)
di Gaetano Mario Columba

EMMENIDI (‘Εμμενίδαι). – Potente famiglia di Agrigento, che giunse al massimo splendore nel primo trentennio del secolo V a. C. coi due figli di Enesidemo, Terone e Senocrate, l’uno padre di Trasideo, l’altro di Trasibulo (v. agrigento). Pindaro, che ebbe occasione di conoscere quest’ultimo in Grecia, nel 490, cantò le glorie della famiglia. Secondo il poeta, essa era d’origine tebana: aveva come capostipite Edipo figlio di Laio, da cui discendeva per la linea di Polinice e del successore Tersandro. Ma Pindaro accenna ancora, un po’ oscuramente, alla discendenza degli Emmenidi da Cadmo. Si vennero pertanto a formare, sotto la penna degli antichi eruditi, due genealogie degli Emmenidi: una cominciava da Laio, e per il ramo di Polinice correva per 12 o 13 generazioni sino a Terone: l’altra si rifaceva a Cadmo, passando per Edipo ed Eteocle, e contava 27 generazioni, vale a dire 900 anni. Le ricostruzioni dei moderni restano necessariamente problematiche. È certo che nella prima genealogia deve esserci un’ampia lacuna. Quel che più importa, è di sapere qual è il posto che in esse spetta ad Emmenida, che sarebbe veramente il primo personaggio storico della famiglia. La versione più sicura è quella che lo dà come padre di Enesidemo. Ci sono ricordati, come parenti di Terone, Ippocrate e Capi, figli di Senodico; ma sembra non appartenessero al ramo degli Emmenidi. Questa famiglia sarebbe venuta ad Agrigento da Rodi, o, secondo un’altra versione, da Tera. Per primo sarebbe giunto Telemaco, il quale rovesciò la tirannia di Falaride. Gli Emmenidi professavano in particolare il culto dei Dioscuri.

Bibl.: A. Holm, Stor. d. Sic. nell’antich., trad. italiana, I, Torino 1896, p. 391; E. Freeman, Hist. of Sicily, II, pp. 28, 144 segg. 278 segg.; H. Swoboda, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., V, col. 2498 segg.

Erich von Holst.

15 agosto 2012

Qualche interessante osservazione viene dagli studi di un acuto ricercatore, Erich von Holts e da una sua indagine, semplice, ma di grande portata per le scienze del comportamento (non solo animale).
Von Holts si interessò ai cabacelli, minuscoli pesci che si spostano in branco alla ricerca del cibo. Ogni tanto, uno di loro si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa. E non è detto che sia quella giusta: potrebbe non esserci cibo, di là, o persino nascondersi un predatore in agguato. Il cabacello indipendente si volta a guardare cosa fa il branco; soltanto se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero sufficiente, lui, confortato, prosegue. Altrimenti, rientra nel mucchio. È il modo d’agire tipico degli animali che vivono in branchi, in stormi.
Von Holts privò un esemplare della parte anteriore del cervello, quella che sovrintende alle attività di gruppo, alla vita sociale. Il pescetto continuò a comportarsi in tutto e per tutto come gli altri ma, quando si separava dal branco, non si girava più indietro per osservarne le reazioni. Lui tirava diritto, senza esitazioni.
E l’intero branco lo seguiva. L’unico pesce senza cervello era diventato il capo indiscusso. E proprio a causa del suo difetto.

PER LUMINA, PER LIMINA. (PARZ.)

11 giugno 2012

e quanto m’insegnavate.
Tutto è convinto spinto
a dare su un’alba
come di un altro fatto d’alba
tutto è coinvolto precipite a darsi
in filiazioni di napalm d’alba
tutto è roso da un fuoco sottile fragile freddo
-il tepore-
tutto è imputato in cristallo fratto in fuoco
è covato e incavato a un fuoco
pruriti aurei di seccume notturne e
tagliole di luna astrali seccumi-ragni
nel sottile del fuoco foco
nell’esile del fuoco esile
nel tribolo nel freschissimo del fuoco
-il tepore-
(parziale di “Per lumina, per limina” da “Pasque” di Andrea Zanzotto.)

FIRENZE (Uffizzii)

16 aprile 2012

Entro dei ponti tuoi multicolori
L’Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori.
5 ………………………………
Azzurro l’arco dell’intercolonno
Trema rigato tra i palazzi eccelsi:
Candide righe nell’azzurro: persi
Voli: su bianca gioventù in colonne.

Dino Campana. Canti orfici. Edizione Marradese 1914.

Muse

16 giugno 2011

Musa

Enciclopedie on line

musa Nella mitologia greca, figlia di Zeus e di Mnemosine, divinità del canto e della danza. Il numero e i nomi delle M. (Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania, Calliope) furono fissati nella Teogonia esiodea; ma pare che il numero originario fosse, come per le Grazie, di tre; in altri luoghi erano quattro, sette e otto. In origine erano venerate come ninfe delle sorgenti

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πεντηκονταετία

16 giugno 2011

Pentecontaetia

Vocabolario on line

Pentecontaetìa (o pentecontetìa) s. f. [dal gr. πεντηκονταετία «cinquantennio», comp. di πεντήκοντα «cinquanta» e ἔτος «anno»]. – Termine con cui, nella moderna storiografia, è indicato il periodo di circa mezzo secolo, tra la fine delle guerre persiane (478 a. C.) e l’inizio della guerra del Peloponneso (431), caratterizzato dall’ascesa della potenza ateniese e dalla crescente opposizione della rivale lega peloponnesiaca.

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La scuola di Megara.

7 giugno 2011

Euclide di Megara, il fedele ammiratore di Socrate, aveva -probabilmente prima dell’amicizia con questi- conosciuto anche la dottrina eleatica. Dopo la morte di Socrate, si diede all’insegnamento nella sua città natale; dopo di lui assunse la direzione della scuola Ictia. Contemporaneo ma più giovane di quest’ultimo, è il dialettico Eubulide, impetuoso avversario di Aristotele; coetaneo di lui è Trasimaco, e un po’  più giovane Pasicle. All’ultimo terzo e sulla fine del IV secolo appartengono Diodoro Crono (m. 307 a. C.) e Stilipone di Megara (370-290 circa); un poco più giovani di Stilipone sono Alessino l’erista, e Filone scolaro di Diodoro.
La dottrina socratica dei concetti formava, secondo Platone, il punto di partenza della filosofia megarica (Plat, Soph. 246 B ss.; la cui descrizione lo Schleiermacher a ragione riferisce ad essa). Se la sola conoscenza concettuale è vera (conclude Euclide, in modo simile a Platone), vero può essere anche soltanto ciò cui tale conoscenza di riferisce, cioè la essenza immutabile delle cose, gli ασωματα ειδη; il mondo fisico, al contrario, quale ci è dato dai sensi, non è da considerarsi come un ente: la nascita, la morte, il cangiamento e il movimento sono indispensabili; donde consegue per megarici (Arist. Metaph. IX 3, 1046 b ss.) che sia possibile solo ciò che è reale.
Infine, come in Parmenide, ogni ente si riduce all’ente come unità; e identificando questo col supremo concetto dell’Etica e della Teologia socratiche, il bene, Euclide giunse ad affermare che c’è un unico bene, che, immutabili e sempre uguale a se stesso, è designato con diversi nomi, come Intelligenza, Ragione, Dio, ecc.; così pure c’è un’unica virtù, la conoscenza di questo bene: le varie virtù non sono che nomi diversi di essa. Tutto ciò che non è bene non è esistente; così fu soppressa la pluralità delle «forme incorporee». (Alle obiezioni che Euclide mosse, da questo punto di vista, a Platone, questi rispose, sembra, nel Parmenide). Per trovare queste idee già Euclide, dietro l’esempio di Zenone, si servì della dimostrazione indiretta, confutando gli avversarii; e i suoi scolari predilissero talmente questa dialettica, che tutta la scuola prese da essi il nome di dialettica o eristica. La maggior parte degli argomenti di cui si servirono, l’avviluppato, il bugiardo, il cornuto, il sorite o cumulo (cfr. sopra, le quattro prove di Zeneone contro la molteplicità) ecc., son derivate dai Sofisti o sofisticamente escogitati, e per lo più furono adoperati non meno eristicamente che dai Sofisti. Di Diodoro noi conosciamo quattro prove contro la possibilità del movimento, sul tipo di quelle di Zenone, e una dimostrazione della dottrina megarica del possibile, che fu ammirata per secoli sotto il nome di xυριευων. Costituiva poi una strana contraddizione il fatto che egli dicesse: è possibile ciò che è o sarà; qualcosa può essersi mosso, ma niente può muoversi. Filone si allontanò ancora più dalla dottrina della sua scuola; Stilipone, che aveva avuto a maestro oltre Trasimaco anche il cinico Diogene, si mostrò scolaro di questo per la sua tendenza etica e l’apatia ed autarchia del saggio da lui professata nella parola e nelle opere, per la sua libera posizione rispetto alla religione popolare e per la tesi che non si possa attribuire ad un soggetto un predicato da lui differente; nel resto però si mantenne fedele alla scuola megarica. Il suo scolaro Zenone fece confluire le dottrine megariche e ciniche nello stoicismo.

(Zeller, Compendio di storia della filosofia greca pagg. 94-5 cfr. bibliografia).
NOTA PERSONALE
A questa Scuola lo Untersteiner (in Senofane, Testimonianze e frammenti cfr. bibliografia) sembra attribuire il De Melisso, Xenophanes e Gorgia dello Pseudo-Aristotele.

Frammento 8 (prosecuzione, 50-61)

6 giugno 2011

εν τωι παυω πιστον λογον ηδε νοημα
αμφις αληθειης δοξας δ῏ απο τουδε Βποτειας
μανθανε κοσμον εμων επεων απατηον ακουων
μπφας γαρ κατεθεντο δυο γνωμας ονομαζειν
των μιαν ου χρεων εστιν -ἔν ωι πεπλανημενοι εισιν-
ταντια δ´ εκριναντο δεμας και σηματ εθεντο
χωρις  απ αλληλων τηι μεν φλογος αιθεριον πυρ
ηπιον ον μεγ [αραιον] ελαφρον αταρ κακεινο κατ αυτο
ταντια νυκτ αδαη πυκινον δεμας εμβριθες τε
τον σοι εγω διακοσμον εοικοτα παντα φατιζω
ως ου μη ποτε τις σε βροτων γνομη παρελασσηι

Molioni

31 maggio 2011

Molioni (gr. Μολίονες o Μολιονίδαι) Mitici fratelli gemelli elei, di nome Eurito e Cteato. Figli di Posidone e di Molione, il loro padre umano fu Attore, fratello di Augia re di Elide. Secondo la più antica leggenda erano un solo essere mostruoso con due teste; poi furono considerati due uomini separati. Sposarono Teronice e Terefone, figlie di Dessameno, da cui ebbero i figli Anfimaco e Talpio, che furono i capi degli Epei alla guerra di Troia. I M. aiutarono validamente il loro zio Augia nella lotta contro Eracle, ma poi furono uccisi dall’eroe mentre si recavano ai giochi istmici (➔ anche Ificle).
Fonte: Treccani.it
??????
Orphica.
E uccisi i ragazzi dai cavalli bianchi,
i figli di Molione,
di eguale età, di eguale testa, uniti
in un sol corpo, nati entrambi
in un uovo d’argento
. εν ωεωι αργυρεωι (uovo cosmico orfico)
Ibico.

Domenica 11 aprile 1954

18 maggio 2011

Ed è chiaro che questo momento è un accadimento cosmico piuttosto che soggettivo o proprio di una determinata etnia o di un luogo geografico; così com’è altrettanto evidente che, seppure i processi si son determinati con maggiore o minore velocità svelandosi compiutamente in tempi percepiti in modo diverso, è un tempo storico l’attimo dove si misurerà, come in una foto istantanea, il perfetto equilibrio tra le potenze delle forze metafisiche in campo, e non sarà un tempo convenzionale, bensì individuabile nel Calendario, la data di un preciso giorno.
L’11 aprile del 1954, è ritenuto il giorno più noioso del ‘900.

Redivivo

12 maggio 2011

(Fonte: etimo.it)